Natura e pandemia. Quale sarà il vero impatto sulla fauna?

Continuiamo a sentirci ripetere che nell’attuale situazione di lockdown causata dal Covid-19 la natura si sta riprendendo i suoi spazi, che gli animali beneficiano della nostra assenza, che il nostro pianeta sembra quasi tornato ad una edenica perfezione, con avvistamenti inaspettati in laguna a Venezia, nelle grandi città… eppure… non ne siamo proprio convinti. E come noi nemmeno scienzainrete.it, che dedica al problema diversi articoli da cui riprendiamo alcuni spunti di riflessione.

È vero, sicuramente durante l’antropopausa – la reazione degli animali al lockdown – c’è stato un aumento degli avvistamenti, anche di quelli decisamente interessanti (l’aquila reale nei cieli di Milano, ad esempio) ma è stato causato davvero da una rivincita della natura sull’uomo? Da una qualche rivalsa compensatoria sulla specie umana? Almeno in parte no. C’è stata – questa sì – una maggiore attenzione da parte di molti alla natura: per esempio, tanti hanno impiegato il tempo in attività di birdwatching, e molte delle specie segnalate erano già in realtà presenti negli ambienti urbani. Ma per provare a rispondere in modo meno superficiale, conviene cercare punti di riferimento più affidabili, come il progetto COVID-19 Bio-Logging Initiative, un progetto internazionale della Biologgin International Society (i biologgers sono sensori satellitari o GPS che vengono applicati agli animali catturati e che forniscono al ricercatore dati precisi sulla localizzazione degli animali), presentato in giugno su Nature Ecology and Evolution e che ha lo scopo di studiare proprio la reazione degli animali al lockdown.

Come spiega Francesca Cagnacci, ricercatrice in ecologia animale presso il Centro Ricerca e Innovazione della Fondazione Edmund Mach e membro coordinatore della COVID-19 Bio-Logging Initiative, «che l’essere umano abbia sovrasfruttato e modificato gli ambienti è un dato di fatto, largamente studiato dalla biologia della conservazione. In questo studio invece ci interessa indagare una scala diversa, ovvero una competizione diretta per l’utilizzo di uno stesso spazio, che da un lato è correlata alla perdita di habitat. D’altro canto, soprattutto nel mondo occidentale, è in costante aumento una fruizione da parte dell’uomo degli ambienti naturali e quindi la presenza umana non è più assimilabile alle sole infrastrutture e città, ma anche ai sentieri, agli spazi naturali. La pandemia è una situazione tragica, ma le restrizioni adottate per diminuire il tasso di trasmissione di SARS-CoV-2 hanno creato una condizione sperimentale, cioè una variazione dell’interfaccia tra uomo e fauna. Nell’ambito della società di biologging di cui faccio parte, ho lanciato l’iniziativa di condividere i dati di localizzazione degli animali in corso di acquisizione, perché ritengo che solo da un’integrazione dei dati a livello di comunità scientifica si possa indagare in modo robusto la risposta della fauna a una variazione improvvisa della presenza umana sul territorio. I dati di localizzazione infatti ci dicono cosa hanno fatto gli animali indipendentemente dalla nostra capacità di avvistarli, e quindi forniscono un dato oggettivo».

Ma quella del biologging non è l’unica iniziativa. «In parallelo, nell’ambito del gruppo Euromammals, un progetto collaborativo su scala europea di condivisione di dati spaziali dei mammiferi, e in collaborazione con una analoga iniziativa nordamericana, abbiamo lanciato COVID-19 Camera trapping. In questo caso si mettono insieme tutti i dati raccolti attraverso fototrappole, il che ci permette di capire quanto un determinato ambiente viene utilizzato dagli animali in funzione della presenza o assenza umana».

Cagnacci racconta che dalle primissime esplorazioni dei dati sembrerebbe che la risposta degli animali alla minore presenza umana sul territorio sia stato un maggiore utilizzo delle aree marginali e una modifica dei ritmi circadiani. Quello che è interessante è che, al termine del lockdown, l’elevata frequentazione delle aree naturali da parte delle persone ha suscitato negli animali una risposta molto forte, come se la presenza umana fosse percepita in maniera ancor più forte rispetto a prima. Davvero conclusioni interessanti.

Ma gli effetti sul mondo animale sono ancora più complessi e profondi. Ad esempio un recente studio sugli effetti del lockdown sulla fauna italiana dimostra, con un sondaggio somministrato a 17 Parchi Nazionali e 37 Parchi Regionali di Lombardia e Piemonte, che circa il 75% delle aree protette sono state costrette a interrompere o posticipare le attività di controllo numerico o di eradicazione delle specie invasive durante la primavera. E non solo: anche le attività di monitoraggio di specie vulnerabili o minacciate dal rischio di estinzione hanno dovuto forzatamente subire una battuta d’arresto.

Invece la conservazione dovrebbe essere considerata una delle attività di crisi, non in contrapposizione all’aspetto sanitario. Dovrebbe essere continuativa, al pari degli studi sanitari, perché abbiamo assoluto bisogno di comprendere questa interfaccia tra umani e fauna. La crisi della biodiversità non va assolutamente ignorata: centinaia di studi mostrano la relazione tra la biodiversità e lo stato di salute non solo dell’ecosistema ma anche nostro, eppure questo aspetto è ancora largamente ignorato e posto in secondo piano, sia a livello di decisioni politiche sia dalla comunità scientifica globale (rimandiamo ad esempio al convincente saggio di David Quammen Spillover di cui vi abbiamo parlato qualche mese fa).

Con la crisi economica che la pandemia sta prospettando, i fondi dedicati alla ricerca in campo di ecologia animale rischiano di diminuire drasticamente (già sono inferiori rispetto ad altri settori), molte delle misure di emergenza applicate dagli Stati non hanno preso in considerazione affatto questo settore, eppure la conservazione della natura è nella agenda di priorità dell’ONU.

Insomma, il ritornello della natura che torna a vivere, che si riprende i suoi spazi, che ha fatto da sottofondo ai primi mesi di pandemia è un po’ una favola, troppe sono le ombre che anche la pandemia ha generato.

Foto Ale Zoc

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