Sfida al Mottac: 2 giorni di trekking nel cuore selvaggio della Val Grande

Decidiamo ancora una volta per la Val Grande, la più grande wilderness italiana. Tenteremo di percorrere in 2 giorni (ci sono arditi che lo fanno in un giorno) l’anello del Mottac. Partiremo da Trontano (più in alto in realtà, dal parcheggio nei pressi dell’alpe Faievo) e raggiungeremo il bivacco del Mottac attraverso il Passo di Basagrana. Dopo una notta trascorsa in bivacco, ritorneremo da Ragozzale. Un’escursione dura ma spettacolare, a contatto con l’anima profonda della Val Grande.

Finalmente ci siamo. È venerdì sera, controlliamo un’ultima volta il meteo: variabile ma scarse probabilità di pioggia, se non un paio d’ore nel pomeriggio di sabato. Prepariamo lo zaino, prendiamo materassino, sacco a pelo e bacchette e siamo pronti.

Il mattino successivo, ci svegliamo con calma, quindi in macchina fino al parcheggio dell’Alpe Faievo, sopra Trontano. Eccoci. Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo lungo il sentiero segnalato che in breve (circa 25′) porta al rifugio Parpinasca (1210 mslm). Beviamo alla fontana e ripartiamo. Ora è tutto alle spalle, ansie e stress, dobbiamo solo camminare. La prosecuzione del sentiero appare poco evidente ma risaliamo fino al limitare del bosco e quindi attraverso i pascoli. Subito ci sorprendono vaste macchie di mirtilli maturi, li assaggiamo, sono ottimi. E poi fiori, farfalle ovunque, cavallette, coleotteri. Un sogno per entomologi e botanici.

Improvvisamente ritroviamo anche il sentiero, verso l’Alpe Campo, dove diverse mucche al pascolo ci guardano con curiosità, e quindi la Costa dei Bagnoli. La salita per superare la Costa è piuttosto ripida ma il sentiero è ben segnato. Guardiamo con timore la Costa dei Bagnoli. Non è la prima volta che tentiamo l’ascesa: alla fine di un aprile di un paio d’anni fa, un muro di neve ci aveva respinti (con sforzo eroico e fatica immensa avevamo scalato la Costa per poi arrenderci). Questa volta il problema non si pone e così, fiduciosi, procediamo.

Superata la costa, ci fermiamo a mangiare qualcosa, quindi seguiamo il sentiero che traversa in leggera salita alla base del versante del Tignolino e si porta quindi al centro del vallone. A lato del sentiero, ancora ricco di vegetazione ma già diversa da prima, dominata soprattutto dai rododendri alpini in fiore, enormi formicai ci accompagnano. Ci aspettiamo un nuovo strappo ed eccolo: si sale un tratto più ripido fino a raggiungere il Passo di Basagrana (2070 mslm).

Siamo già provati, rifiatiamo proprio sotto il cartello che segnala il passo e che indica l’Alpe Mottac a 1h e 50 minuti. La vista spazia sulle valli e lo sguardo incontra, tra la vegetazione, numerose alpi in rovina, pietre e tetti sfondati, testimonianze di un passato che difficilmente ritornerà a vivere.

Ripartiamo con gli occhi rivolti al Pizzo Mottac (1807 mslm), che ci appare ancora lontano e sotto il quale dovrebbe trovarsi il nostro bivacco, l’ambita meta della giornata, dove finalmente potremo mollare gli zaini e cuocerci qualcosa su una pioda scaldata dal fuoco. Attraversiamo attraversa l’umida erba alta, attenti a evitare rovi e ortiche, fino ad una zona pianeggiante situata a circa 1880 m di quota sotto il Passo dei Tri Omen. Alcuni belati più in alto rivelano la presenza di pecore, anche se le nuvole basse ce le nascondono.

Sempre grilli, cavallette, coleotteri, farfalle ma finalmente… anche qualcosa di più. Sentiamo un verso acuto molto particolare sotto il sentiero, che a tratti è piuttosto esposto. Ad un primo ascolto ci sembra un grido di un rapace ma in cielo non c’è nulla. Ci fermiamo, il verso si ripete, quando lo vediamo. È un giovane camoscio nell’erba che lancia l’allarme! Ci ha individuato come pericolo e segnala la nostra presenza prima di muoversi verso una zona più sicura, con agilità invidiabile. I camosci alpini sono discretamente numerosi in Val Grande, anche se non è forse questa la stagione migliore per goderseli.

Ripartiamo lungo il sentiero, sempre ben segnalato, e troviamo il cartello che segnala il bivio “ufficiale”: a sinistra il Mottac, a destra Ragozzale.  

Scendiamo lungo la dorsale verso il bivacco del Mottac, che non si presenta mai affilata ma nemmeno comoda. Superato il punto più basso (1670 mslm), il percorso risale ma evita la sommità del Mottac (1803 mslm). Tra grossi sassi, pietraie e passaggi non sempre agevolissimi, tra gli enormi formicai e il volo di rari piccoli uccelli (cince? Non li vediamo mai così bene da riconoscerli… difficile da digerire per me), tra i gigli martagoni e i garofani di montagna dall’abbagliante color fucsia, sono i faggi secolari a dominare. Maestosi custodi della via, dalle attorte forme modellate dal vento e dagli agenti atmosferici, risplendono di vetusta bellezza. Alcuni ancora nel pieno delle forze, altri spaccati, altri inceneriti dai fulmini, tutti egualmente maestosi. Anche i larici dimostrano una lunga vita di lotta, più giovani appaiono gli ontani.

Con le gambe stanche per i km e il procedere irregolare, finalmente saliamo un ultimo breve tratto erboso, superiamo il crinale e arriviamo in vista dell’Alpe Mottac (1690 m), il nostro bivacco, situato in splendida posizione, letteralmente in mezzo alla Valgrande.


Nelle giornate terse, da qui si può veramente leggere ogni versante e riconoscere i vecchi sentieri ormai in disuso. Non oggi però, sta infatti arrivando la prima pioggia e siamo ben lieti che fra pochissimo avremo un tetto sulla testa.
Il bivacco è in ottime condizioni e presenta anche una discreta riserva di legna. È diviso in due ambienti con ingressi separati, con tavolato al piano superiore per 8/9 sacchi a pelo. Ci eravamo illusi di poter avere il bivacco tutto per noi, o almeno uno dei due ambienti, ma siamo in alta stagione e il fascino della Val Grande attira sempre più camminatori. Divideremo il tavolato con altri ospiti.

C’è una stufa, ci sono accette e seghe per la legna, il solito cartello che chiede di segnalare gli avvistamenti di mustelidi per il censimento (mai visti da noi in Val Grande, magari solo non abbiamo avuto fortuna). Tutto in ordine, unica scomodità l’accesso all’acqua: bisogna scendere per circa 5 minuti lungo un sentiero (segnalato da un cartello di legno posto sulla sinistra, all’inizio del sentiero che scende verso In La Piana) e si arriva ad un rubinetto (al termine di stagioni molto secche l’acqua non è garantita, ma per fortuna oggi non c’è questo problema).

Nel frattempo, dopo un’oretta di pioggia, il cielo si apre parzialmente e possiamo tentare di accendere un fuoco dove scaldarci del cibo. Il nostro mastro fuochista riesce nell’impresa e ci godiamo hamburger e bistecche alla pioda. Aspettiamo l’arrivo della sera, alcuni giovani camosci abbastanza confidenti si affacciano sul bivacco. Siamo abbastanza provati, decidiamo di andare in sacco a pelo e cercare di partire presto domani mattina.

Il risveglio mattutino è quello tipico di una notte trascorsa sul tavolato: si dorme poco, ci si sveglia mille volte, si ha l’impressione di avere tenuto più gli occhi aperti che chiusi. Dopo poco comunque siamo in piedi e, tutto sommato, in buone condizioni fisiche. Ci affacciamo dal bivacco e, sullo spettacolare scenario della valle che si gode, si stagliano tre giovani camosci. Bellissimo. Mangiamo qualcosa in loro compagnia, cerchiamo di bere un orrendo caffè solubile senza zucchero e ripartiamo.

Ripercorriamo la dorsale del Mottac fino al bivio (1930 mslm) e ci dirigiamo verso l’Alpe Ragozzale. Dopo aver scollinato, scorgiamo le baite dell’Alpe Ragozzale (1906 m), il nostro prossimo obiettivo. Rapidamente vi arriviamo, saltiamo oltre le protezioni messe per evitare che le pecore entrino nella struttura e diamo un’occhiata all’interno: un altro bivacco ben tenuto, decisamente più piccolo del Mottac ma con tutto l’indispensabile.

Mangiamo qualcosa, evitando le foltissime ortiche, e saliamo verso la celebre scala di Ragozzale. Ricavata nella pietra, nel secolo scorso serviva anche a trasportare gli animali. Vedendone la ripidità, ci sembra però impossibile.

Superiamo la scala in direzione Alpe Menta, quindi il sentiero si abbassa ad attraversare il rio Menta.

Traversiamo lungamente fino all’Alpe Rina (1720 mslm), dove ci dissetiamo con la freschissima acqua della fontana. L’Alpe Rina si trova sul bordo di un terrazzo naturale in splendida posizione panoramica sull’Ossola, con le baite quasi mimetizzate a ridosso dei grandi massi sovrastanti.

Ancora mirtilli, tantissimi, e fiori, fino al bivio dell’Alpe Nava. Da questo punto il sentiero per Faievo inizia a scendere, cambiando versante, traversando una splendida faggeta. Il numero di formicai e formiche è ora impressionante, ci sono tratti di sentiero in cui è impossibile fermarsi perché si viene assaliti. Mai viste così tante formiche! Ultimo tratto in discesa, si arriva in vista dell’Alpe Pieso, nuovamente su terreno aperto. Da questo punto in poi, la traccia diventa poco definita ma con una mezzoretta di cammino tra l’erba alta e i sassi arriviamo al rifugio Parpinasca, chiudendo l’anello (senza correre, abbiamo camminato circa 6 ore all’andata e 5 abbondanti al ritorno, camminatori migliori ce ne mettono 8 abbondanti).

Birre, un piatto di pasta, una fetta di crostata… ce le siamo davvero meritate!

Prof. Gip. Barbatus

Foto Max Gaini

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7 commenti

  1. Ricordi bene, si trattava di Gianfry, che ha vissuto per diversi anni in Val Grande in solitudine nel bivacco di Vald. Purtroppo è morto qualche anno fa. Ma la Val Grande rimane magica. Buon giro!

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  2. Ciao Luca, non abbiamo una traccia gps, preferiamo muoverci alla vecchia maniera, cartina alla mano. Hai provato a guardare su hikr.org? Potresti trovarla. Buona escursione (in autunno la Val Grande è meravigliosa!)

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