Tra i passeriformi più eleganti presenti anche alle nostre latitudini, le averle occupano sicuramente un posto privilegiato. L’averla maggiore (Lanius excubitor, nome derivante dal latino, nell’accezione di sentinella, con riferimento alla sua abitudine di collocarsi in alto per osservare le prede e cacciarle), l’averla cenerina (Lanius minor, molto simile alla maggiore ma di taglia più piccola), l’averla piccola (Lanius collurio, probabilmente dal greco, nell’accezione generica di “uccellino”) e l’averla capirossa (Lanius senator) sono le più diffuse in Italia, con importanti differenze di presenza tra le regioni del Paese.

Un’averla meridionale (Lanius meridionalis) si nutre di un piccolo roditore dopo averlo infilzato su un arbusto spinoso. La foto – come le successive – è stata scattata da Paolo Manzi dai capanni in Spagna per i quali lavora (Turia Hides:
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Dall’aspetto complessivo di “rapaci in miniatura”, in particolare per il becco, si riproducono in aree aperte o semi aperte, come zone ad agricoltura estensiva, pascoli e praterie arbustate, soleggiate, prevalentemente asciutte, con piccole porzioni di incolto erbaceo che favoriscano l’abbondanza di prede, nonché siepi o cespugli utilizzati come posatoi e siti di nidificazione. Purtroppo, la crescente antropizzazione degli ecosistemi di tale natura erode costantemente l’habitat delle averle e quindi non sorprende trovarle tra gli uccelli in contrazione numerica – talora in forte contrazione – negli ultimi anni.

Il rituale dello scambio del dono – una tarma della farina posizionata presso il capanno – tra maschio e femmina di averla meridionale (foto di Paolo Manzi)
Oltre alla bellezza, le averle sono celebri nel mondo ornitologico anche per la loro tecnica di caccia: prevalentemente insettivore (cavallette, farfalle, libellule, coleotteri) ma con una dieta che comprende anche piccoli mammiferi, uccelli, rane e lucertole, le averle sono straordinarie cacciatrici. Scelta una postazione di osservazione collocata in un punto “panoramico”, come la cima di un cespuglio o di un albero ai margini di prati o coltivi, assumono una postura eretta, che le rende ben visibili anche da notevole distanza; da qui spiccano il volo per raggiungere con rapide battute d’ala la preda e catturarla, il più delle volte a terra.

Una averla meridionale con i resti di una sterpazzolina (Sylvia cantillans) nel becco (tutte le prede posizionate presso il capanno sono già morte, provenienti da roadkill) (foto di Paolo Manzi)
Una volta catturata e uccisa col becco la preda, la infilzano su rami appuntiti o spinosi per nutrirsene con calma in un secondo momento. Non è pertanto raro imbattersi in cavallette, coleotteri o topi infilzati e consumati solo in parte: sono le dispense delle averle! Da qui il soprannome di uccello impalatore – il conte Vlad ne sarebbe fiero – o uccello macellaio!

Una averla capirossa in tutta la sua eleganza (foto di Paolo Manzi)
Come possiamo tutelare le averle?
Per difendere questi splendidi passeriformi, preziosi indicatori di biodiversità, oltre , come ovvio, ad evitare pesticidi sarebbe auspicabile aumentare la presenza di siepi e di arbusti ai margini di prati, pascoli e campi, che possano fungere da posatoi e siti di nidificazione, incentivare il pascolo estensivo e incrementare la disponibilità di piccole porzioni di incolto, che aumentino la disponibilità di prede.

Averla capirossa ad ali spiegate (foto di Polo Manzi)
Testo Prof. Gip. Barbatus, foto Paolo Manzi
