Recensioni – La pantera delle nevi

La pantera delle nevi (Sellerio, 2020) è il racconto appassionato dello scrittore e giornalista Sylvain Tesson, di cui vi abbiamo già parlato su Animal Trip, questa volta fortunato ospite della spedizione in Tibet del fotografo naturalista francese Vincent Munier. 

Munier è uno dei maggiori fotografi naturalisti in attività, oltre che uno dei miei preferiti. È il “fotografo dei ghiacci”: nomignolo che si contende con un altro gigante, Paul Nicklen, suo amico e rivale nei maggiori concorsi fotografici internazionali. Come da banale cliché, più spettacolare e romantico l’americano e più raffinato e snob il francese. “Snob” tra virgolette, unicamente in senso artistico, visto che parliamo di un iron-man che per portare a casa un servizio fotografico passa giorni immobile a -30 gradi e dorme su assi di legno in altipiani spazzati dal vento.

Ma torniamo al nostro narratore, impetuoso e caotico viaggiatore, curioso e chiacchierone. Tesson parte dunque con il silenzioso Munier, la sua compagna cineasta Marie e l’aiutante laureando in filosofia Leo alla volta del Tibet, regione immobile, alla ricerca del Santo Graal degli appassionati di natura (come era già successo a Peter Matthiessen): la Panthera uncia, il leopardo delle nevi.

Tesson in questo piccolo gioiello letterario compie un’operazione avvincente: divaga ma per raccontare con precisione; la sua è una testimonianza suggestiva, quasi fantastica, ma al tempo stesso realistica e lucida. Così pagina dopo pagina favoleggia di un semidio Munier riuscendo a restituirci comunque del fotografo un’immagine chiara e attendibile; disserta di religioni orientali e di cristianesimo per raccontarci in maniera precisa la natura più selvaggia; discetta di romanzi e citazioni per parlare di un ambiente delicato e in pericolo; e poi ci parla di lui – o di lei – la pantera, il leopardo, il fantasma e la sua una ricerca quasi ossessiva. 

Tesson deve trovare la pantera. 

Nella pantera cerca il volto di due amori perduti, nel leopardo cerca risposte; la sua è contemporaneamente una caccia ai ricordi, ai pensieri e al sinuoso felino.

Tesson, tra temperature inumane e appostamenti, riconosce per la prima volta l’importanza dell’immobilità, dell’attesa, del silenzio e del dettaglio infinitesimale che può rivelarsi un animale nascosto. 

Avverte la saggezza dello yak, l’utilità del gipeto, l’intelligenza del lupo. 

Non vi dico se la pantera la troveranno ma vi dico che è un libro che si legge in un giorno e lascia il segno. 

Forse è il nervo scoperto della voglia di viaggiare dopo mesi di lockdown, forse perché sono un fotografo, forse perché il leopardo delle nevi è un sogno che pochi possono realizzare ma questa è una lettura che consiglio vivamente a chiunque. Un inno alla natura, un inno al viaggio.

Ale.Zoc

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