Incontrare Sylvain Tesson

Sylvain Tesson

Non lo conoscevo. Lo ammetto. Colpa mia. Poi un giorno ho letto in rete qualcosa sul suo “Nelle foreste siberiane” (Gallimard, 2011; Sellerio, 2012) e la curiosità ha preso il sopravvento. È stata una folgorazione, fin dalle prime righe: “La Heinz vende almeno quindici tipi di salsa. Nel supermercato di Irkutsk ci sono tutti. […] Quindici tipi di ketchup. Sono proprio queste cose che mi hanno fatto venire la voglia di allontanarmi dal mondo”.

Come non essere d’accordo? Non è la stessa ansia di tornare all’essenziale che accompagna quelli di noi che si sentono schiacciati dall’oppressiva ridondanza della società occidentale, dove ogni cosa è inutilmente complicata? Non è la stessa sensazione di benessere di cui godiamo quando riempiendo lo zaino ci accorgiamo di quante poche cose ci saranno davvero utili nei giorni successivi mentre saremo fuori?

Voglia di wilderness, di allontanarsi, di solitudine spirituale. Noi animaltrippers la conosciamo bene.

Certo non tutti possiamo permetterci o abbiamo la forza di permetterci di sacrificare tutto. Sylvain sì. Ecco che parte la sua sfida: vivere sei mesi in totale isolamento nelle foreste della Siberia, in una capanna di pochi metri quadrati sulle sponde del più antico lago del mondo, a 120 km di distanza dal primo villaggio, senza vicini di casa né strade di accesso. Lasciarsi alle spalle tutto, amici, fidanzata, lavoro, e assumersi la responsabilità di cosa potrà accadere durante l’assenza. Sei mesi in cui stare solo con sé stessi, ed è forse questa la cosa più difficile, sopportarsi. Sylvain si impone un ritmo preciso: la mattina legge, scrive, fuma, disegna. Seguono cinque ore dedicate alle faccende domestiche: spalare la neve, tagliare la legna… bisogna meritarsi le ore di riflessione mattutine.

Lentamente il ritmo della propria vita cambia, si ritorna al tempo della natura, alla ciclicità delle stagioni. Lo sguardo si fa più acuto, più penetrante, si colgono dettagli che prima passavano inosservati. Gli animali non sono più semplici presenze ma soggetti spiritualmente affini con cui instaurare un rapporto, anche delle cince possono cambiare il corso della giornata.

Le difficoltà diventano opportunità, la fatica qualcosa di ineliminabile e pertanto da non evitare. Si impara a non aspettarsi nulla se non l’immediato, un fatalismo prezioso quando si vive in piena solitudine. Si gode di tutto, si assapora tutto. Si comincia a stare bene, in modo diverso rispetto a prima.

Trovo rassicurante che ci possa essere altro, che si possa ricominciare, vivere diversamente, che ci sia una vera alternativa.

Finito il libro, mentre ancora ci riflettevo, mi capita tra le mani “L’ascensione del Monte Bianco”, di Ludovic Escande (Allary Editions, 2017; Einaudi, 2018) e tra gli scanzonati amici di un depresso Ludovic mi imbatto ancora in lui, Sylvain Tesson. A chi altri potrebbe venire l’idea di consolare qualcuno, tra un bicchiere di chablis e l’altro, proponendogli di scalare il Monte Bianco senza nessuna preparazione, pur soffrendo di vertigini?

Una storia di amicizia e di spensieratezza, di limiti e paure da superare, in cui Sylvain ci mostra un altro lato di sé stesso, oltre alla passione per gli alcolici che già avevo intuito dai litri di vodka consumati nella capanna siberiana. Apparentemente folle, apparentemente noncurante di tutto, sa però affrontare la vita senza ansia.

Perché viaggiare, con l’animo prima ancora che fisicamente, nell’immobilità di una capanna in Siberia o scalando una vetta, è forse l’unico momento in cui entriamo realmente in contatto con noi stessi e a volte è l’unica possibilità che abbiamo.

Se poi riuscissimo ad avere come compagno Sylvain, di persona o con i suoi libri (suoi sono anche i testi dell’ultimo volume di Vincent Munier, Tibet… cosa aggiungere?) forse tutto potrebbe essere più facile.

Prof. Gip. Barbatus

Tutti i diritti relativi al testo sono riservati, proprietà di Animal Trip

Foto di apertura: Lago Bajkal (© Sergey Pesterev / Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

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