Mario Rigoni Stern: “L’urogallo, il fagiano di monte e la pernice bianca”

La passione per i tetraonidi, o tetraoni – meravigliosi uccelli sempre più rari sui nostri monti, veri e propri “relitti” di tempi antichissimi e di altri climi – accomuna tutti gli amanti delle alte quote, tutti coloro che credono che salire in montagna sia vera libertà e anelano a lasciarsi alle spalle la caotica follia della vita urbana. Tra questi naturalmente non può mancare il più grande scrittore di natura italiano, di cui si è celebrato lo scorso anno – forse senza l’enfasi dovuta, ma a lui probabilmente sarebbe piaciuto così – il centenario della nascita. Stiamo parlando di Mario Rigoni Stern, autore di tante pagine indimenticabili di guerra – oltre al celebre Sergente nella neve, molto altro ha scritto e non di livello inferiore, come Quota Albania – e di meno conosciute meravigliose pagine di natura. Rigoni Stern ha amato come nessun altro la montagna, in particolare la sua montagna, l’altopiano dei Sette comuni sulle Prealpi vicentine, e tutte le forme di vita animali e vegetali che la popolano. Ambientalista nel senso vero del termine (quanto avrebbero da imparare da lui i teorici della decrescita felice!), ecologista prima che fosse una moda (leggete o rileggete le sue feroci critiche alla speculazione edilizia in anni in cui tutti tacevano per vergognosa convenienza), consapevole per averli toccati con mano del senso della fatica e dei delicati equilibri dei diversi ecosistemi, Rigoni Stern ha saputo raccontare, ad esempio nelle Storie naturali, i tetraonidi come solo chi li ha amati e frequentati quotidianamente per anni può fare. Il racconto L’urogallo, il fagiano di monte e la pernice bianca ne è un meraviglioso esempio. Ne riportiamo alcuni passi iniziali:

Uno splendido esemplare di maschio di urogallo o gallo cedrone nel suo habitat (foto di Stefano Speziali)

E tra questi [i tetraonidi, ndr] il meraviglioso e mitico urogallo o gallo cedrone, che i cacciatori preistorici incidevano su corni di renna e che Montale così canta: “rossonero/ salmì di cielo e terra a lento fuoco”. […] ma, anche, questo uccello favoloso mi accompagnò nella vita. Da ragazzo quando durante le vacanze scolastiche andavo nei boschi comunali a far legna, molte mattine, ancora prima dell’alba, il suo volo nel fitto e nel buio mi faceva accelerare i battiti del cuore e vibrare i nervi: era come la presenza di una forza misteriosa della natura. Anche i racconti che su di lui facevano i cacciatori dell’Albergo alla Rosa mi affascinavano; e quando nelle sere delle domeniche d’autunno venivano esposti i trofei, con gli occhi accarezzavo quelle penne blu verdi lucide e scure del collo e del petto, la testa e la gola nero ardesia, le macchie rosso cupo sopra gli occhi, il becco forte color dell’avorio antico, e la coda nera con macchie bianche e le zampe coperte di peluria grigio bruna. Dalla forma del becco, dal colore del piumaggio, dalla “barba” i vecchi cacciatori ne definivano l’età; ma per me già allora l’urogallo era eterno. […]

Quando crebbi, al tempo della fioritura del larice l’udivo cantare nelle radure più remote da dove lanciava i richiami per le parate d’amore, e quando la bufera ci travolse nelle steppe in quell’inverno del 1942-43 mi sembrava certe volte di udire il suo richiamo.

Negli anni del dopoguerra imparai a conoscerlo più da vicino. L’osservai quando s’invernava sugli abeti bianchi centenari dove si cibava delle gemme, forse dei licheni o di quella microfauna che si annida tra le crepe della spessa corteccia. Con gli sci da fondo passavo sotto quel particolare e gigantesco albero, sulla neve vedevo i resti di una laboriosa digestione e sentivo la sua immobile presenza tra il folto dei rami che sostenevano una cupola di neve. E camminavo via senza disturbarlo.

Nella primavera, quando le gemme dei salici e dei sambuchi si gonfiano sopra il letto di neve che si imbibisce d’acqua per il disgelo diurno, nei soliti luoghi remoti da millenni si ripete il rito della fecondazione. Sono le radure in pendio, rivolte al primo sole, silenziose, selvagge, da dove il suono può spaziare per ampio raggio: è qui dove l’urogallo dal principio del mondo ha scelto il campo per il suo canto che fa sentire tutt’intorno nella foresta e tra le montagne: stabilisce in questo modo la sua supremazia e il suo spazio di rispetto agli altri consimili. Dapprima su un ramo d’abete fa sentire la sua presenza, ed è come se un grosso martello piantasse un chiodo in un tronco risonante: tech-tech-tech. Poi davanti alle montagne incomincia l’alba, contro il cielo si profila il contorno della foresta e con la luce cresce pure il suo canto. Scende a terra, erige la coda come uno stendardo, con le ali abbassate lascia sulla neve due strisce parallele, con il collo eretto e la testa protesa verso il sole lancia le note di sfida e di richiamo; poi gira in tondo, trema, fa dei balzi verso l’alto strepitando con le ali, il suo canto gutturale potrebbe forse assomigliare a una cote che affila una falce. Continua così per ore, e se un altro tenta di invadere la sua arena e accetta la sfida allora sarà lotta: il più forte resterà padrone.

E poi le femmine, la vita solitaria dopo il periodo degli amori, i sempre meno frequenti boschi vetusti suo habitat. Un vero e proprio trattato di etologia sull’urogallo o gallo cedrone.

Un maschio di gallo forcello o fagiano di monte (foto di Stefano Speziali)

Nelle pagine successive il fagiano di monte (o gallo forcello) con i suoi inconfondibili colori, i suoi riti, gli inverni trascorsi tra i pini mughi, i lek e gli amori, e poi la pernice bianca, l’uccello relitto dell’epoca glaciale per eccellenza “rimaste a testimoniarci il tempo perché invece di andare tutte verso le tundre del Nord con gli uri e le alci, si erano fermate sulle cime più alte emergenti dell’Europa ancora primigenia, come per farci compagnia”.

Una pernice bianca in livrea invernale (foto di Stefano Speziali)

Leggere o rileggere Le storie naturali – e molto altro in verità di Mario Rigoni Stern – nel difficile presente, quando ancora una volta il profitto sembra l’unico fine, quando nulla sembra poterci proteggere dal crollo imminente, è come essere stretti in un abbraccio fraterno, consolati, trovare la forza di andare avanti e combattere per quello che resta. Non deponiamo le armi, altro non possiamo fare.

Testo: Prof. Gip Barbatus, foto: Stefano Speziali

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