La stagione dei tetraonidi

I tetraonidi o tetraoni (Tetraonidae) erano considerati una famiglia a parte dell’ordine dei galliformi. Oggi, le nuove classificazioni tassonomiche (ad esempio si veda Brichetti e Fracasso, 2015) non li distinguono più e li inseriscono nella famiglia dei fasianidi (ringraziamo l’amico Roberto Aletti del G.I.O per la consueta disponibilità e l’enciclopedica conoscenza in materia). Eppure noi siamo ancora legati alla “vecchia” tassonomia, che faceva derivare il loro nome da tetra, quattro, in relazione alle zampe dai tarsi piumati formate ognuna da 4 artigli, palmati tra di loro… e così ci piace chiamarli. I tetraonidi abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale, purtroppo con densità e popolazioni sempre minori, a causa della compromissione degli habitat, del disturbo antropico soprattutto nella stagione riproduttiva e dell’ancora presente pressione venatoria (i tetraonidi sono prede ambitissime per la loro bellezza e per le loro carni)

Proprio questa aprile-maggio – è la loro stagione, la stagione degli amori, in cui questi meravigliosi uccelli si mostrano in tutto il proprio splendore: in particolare i maschi, spesso poligami, compiono complessi rituali di corteggiamento (con l’individuazione e la frequentazione di vere e proprie arene di corteggiamento, i lek, da parte dei galli forcelli e dei galli cedroni). È pertanto la stagione in cui bisogna evitare di avvicinarsi troppo ai lek o farlo in modo avventato, in cui il rispetto delle distanze diventa fondamentale.

Limitandoci ai soli tetraonidi alpini, ricordiamo il francolino di monte (Tetrastes bonasia), il gallo forcello o fagiano di monte (Lyrurus tetrix), la pernice bianca (Lagopus muta) e sua maestà il gallo cedrone (Tetrao urogallus).

Francolino di monte (foto scattata in Valgrande, reperibile sul sito del parco)

Partiamo dal più piccolo, l’elusivo francolino di monte. Ama i boschi misti di conifere e latifoglie, ricchi di sottobosco e con ampie radure, tra i 700 e i 1.500 metri. Di taglia ridotta, con una lunghezza che va dai 35 ai 39 cm ed una apertura alare tra 48 e 54 cm, ha un piumaggio finemente ornato, nel quale i diversi colori grigio, marrone, castano, bianco si intessono splendidamente, con rara eleganza. Difficile da scorgere e da fotografare, sa regalare incontri indimenticabili ai pochi fortunati.

Una splendida pernice nel suo elegante piumaggio (foto di Stefano Speziali)

La pernice bianca invece trova il suo habitat ideale fra i 2000 e i 3000 metri di quota, ama la vegetazione erbacea e arbustiva, rasa e discontinua. È considerata un “relitto glaciale”, in particolare la sottospecie endemica della pernice bianca artica (Lagopus m. mutus), rimasta isolata sulle Alpi al termine dell’ultima glaciazione. Le zampe e le dita sono completamente ricoperte di piume adatte a camminare sulla neve e a isolare dal gelo, da cui il nome scientifico “lagopus”, che significa “piede di lepre”. Il maschio emette in giugno il tipico canto grattato, udibile all’alba da grandi distanze. Da novembre a marzo il piumaggio è interamente candido e solo in volo sono visibili le penne nere della coda. A partire da aprile viene assunto l’abito nuziale: il maschio presenta il petto nerastro e le parti superiori grigio-brune, la femmina è bruno-giallastra barrata di nero, mentre entrambi i sessi mantengono le ali e il ventre bianchi. L’abito estivo, grigio-brunastro, viene progressivamente mutato nella livrea invernale a partire da settembre. Visti a breve distanza i maschi mostrano una stria nera fra occhio e becco e caruncole rosse sopra gli occhi (molto ridotte nelle femmine).

Pernice in abito invernale (foto di Stefano Speziali)

Il gallo forcello, o fagiano di monte, cui avevamo dedicato un bellissimo diario, è di taglia maggiore. Frequenta principalmente i boschi radi di larice e le formazioni di arbusti contorti confinanti con le praterie, ad una quota compresa fra i 1600 e i 2300 metri, e presenta un evidente dimorfismo sessuale. Ha forme piuttosto svelte, ali brevi, ottuse o tondeggianti, con la terza remigante sporgente, la coda composta di diciotto penne, leggermente intagliata nella femmina e nel maschio, invece, così profondamente forcuta che le più lunghe fra le copritrici del sottocoda oltrepassano le più brevi tra le timoniere, le esterne, tra le quali si volgono all’infuori a guisa di corna o di mezzaluna, sicché la coda prende forma di lira (da qui il nome scientifico).

Gallo forcello (foto di Stefano Speziali)

La lunghezza del maschio è di sessanta centimetri circa, l’apertura d’ali di oltre novanta, mentre la coda sfiora i diciotto centimetri e le singole ali ne misurano trenta: la femmina è più corta di circa quindici centimetri ed ha l’apertura alare inferiore di sette. Il piumaggio è generalmente nero, con la testa, il collo e la parte inferiore del dorso di un bellissimo azzurro-acciaio disegnato a fasce bianche quando le ali sono raccolte, e le piume del sottocoda sono bianchissime. L’occhio è bruno, le pupille nero-turchine, il becco nero, le dita brunicce, il sopra dell’occhio e lo spazio nudo perioculare sono rosso-vivi. La femmina assomiglia a quella del gallo cedrone, e il suo abito è un misto di giallo-ruggine e bruno-ruggine con liste e macchie trasversali nere.

Una femmina di gallo forcello in attesa (foto di Stefano Speziali)

E infine c’è lui, il più grande dei tetraonidi, il re: il gallo cedrone. Tipicamente ama boschi molto strutturati, comprendenti conifere, alberi per dormire e per riposare, e uno strato di arbusti e cespugli più bassi, tra i 1000 e 2000 metri di altitudine. Misura in lunghezza da 65 a 70 cm, in apertura alare di 1,30 m, coda di 35 cm, e pesa dai 4 ai 5 kg. Come caratteri morfologicamente distintivi non si possono che citare, rispetto alle regole generali della famiglia, la coda arrotondata e le piume prolungate della gola; quanto poi all’abito, esso è nerastro sul capo e sulla gola, cinerino-scuro con ondeggiamenti neri sulla parte posteriore del collo, nericcio e cinerino sull’anteriore, finemente punteggiato di cinerino e di bruno-ruggine sul dorso fondamentalmente nericcio, le ali sono brune e nere con sfumature verso il ruggine, la coda nera con poche macchie bianche, il petto verde-acciaio lucido, e il resto delle parti inferiori chiazzato di bianco e di nero. L’occhio è bruno, la membrana perioculare rossa e il becco bianco-corneo.

Uno splendido esemplare maschio di gallo cedrobe (foto di Stefano Speziali)

Per le femmine, che sono più piccole dei maschi di circa un terzo, i tratti distintivi del colore sono dati dalle striature trasversali giallo-ruggine e bruno-nere che segnano il nericcio della testa e della parte superiore del collo, dal bruno-nero, giallo-ruggine e giallo-grigio-ruggine che si mescolano nelle altre parti superiori del corpo, dal rosso-ruggine con fasce trasversali nere delle penne timoniere; la gola e la curva dell’ala sono giallo-rosse, la parte superiore del petto è rosso-ruggine, il ventre ha fasce interrotte bianche e nere su fondo giallo-ruggine. Le esibizioni dei maschi di gallo cedrone al lek sono uno degli spettacoli più entusiasmanti delle nostre Alpi, il re pervaso dal furor dell’accoppiamento canta e danza magicamente per conquistare la femmina..

Fortunato (e molto propenso alle fatiche che questo comporta… levatacce, camminate notturne, ispezioni preliminari, freddo in capanni improvvisati..) chi potrà osservare anche quest’anno uno spettacolo tanto magnifico!

Testo prof. Gip. Barbatus e foto Stefano Speziali
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