Verso le bianche guglie del Lebendun: trekking sul G37 in Alta Val Formazza

Una meta poco frequentata, un sentiero solo recentemente aperto in Alta Val Formazza (G37) tra laghi, ghiacciai e paesaggi lunari, attraverso morene e ghiaioni ancora vergini, un sentiero che porta alle spettrali bianche guglie del Lebendum, una imprevedibile formazione geologica calcarea di colore bianco che troneggia a quasi 3000 metri di quota. Impossibile non esserne affascinati. L’itinerario prevede diverse possibilità, anche quella di spezzare il cammino in due tappe trascorrendo la notte al Rifugio Somma o al Rifugio Busto, sull’altro versante. Noi invece abbiamo deciso di tentare l’anello diga di Morasco-Guglie del Lebendun-diga di Morasco in giornata. Leggiamo di un tempo di percorrenza in movimento di circa 10 ore, tante, forse troppe, qualche dubbio sulla nostra resistenza fisica non manca di assalirci nei giorni precedenti.

Ma ormai è deciso, la data è fissata, non si torna indietro. Sveglia alle 4.30, macchina fino al parcheggio della diga di Morasco. Quando mettiamo gli scarponi e infiliamo lo zaino sono le 7.20. Il caldo non è ancora soffocante, anzi, una decina di gradi, con leggero vento.

Tagliamo qualche tornante, qualche marmotta già fischia, saliamo rapidamente verso la diga, poi la strada pianeggiante che porta al sentiero e iniziamo a salire verso il Rifugio Somma. Le prime centinaia di metri in salita servono ad ascoltarsi. Sul sentiero molto ben segnato ma irregolare ognuno si ascolta, cerca di cogliere le sensazioni positive o negative del proprio fisico, con quella leggera ansia che possa non essere una giornata di forma. In circa 2 ore e 15 minuti siamo al Rifugio Somma, tra molto verde e fiori. Decidiamo però di non fermarci, abbiamo fretta di metterci alla prova sul sentiero G37 che conduce al Lago gemelli di Ban (a circa 50 minuti dal Somma) e che dal 2020 culmina ufficialmente al Passo del Vannino. Dal Rifugio il sentiero è dapprima ben tracciato e sale fino alla cava di pietra con piccoli ometti e segni bianco/rossi.

Il pianoro che anticipa la discesa al lago Gemelli di Ban

Superata la vecchia cava da cui si estraeva il materiale di costruzione della diga Sabbioni, ci si affaccia sulla vallata glaciale da cui si scorge il lago dei Gemelli di Ban e un bellissimo panorama sul Lago Sabbioni e le sue cime. Da qui si domina anche il vallone dove si trova quel che resta del ghiacciaio dei Gemelli di Ban e sul quale oggi passa la traccia del sentiero G37, il nostro sentiero, fino al Pizzo del Costone e le Guglie del Lebendun. Una discesa non banale in un contesto paesaggisticamente affascinante, duro e spietato con le sue rocce irregolari, porta al piccolo laghetto, che, anche a causa dell’eccezionale siccità dell’inverno e della primavera, è davvero ridotto ai minimi.

Il lago Gemelli di Ban

Gli omini di pietra e i bolli guidano i passi ma bisogna fare decisamente attenzione perché la pietraia è piuttosto infida. Raggiunto il Lago Gemelli, passiamo sulla destra e, sempre tra le rocce, risalendo la morena dell’antico ghiacciaio occidentale dei Gemelli di Ban, proprio dove il torrente alimenta il laghetto, proseguiamo verso il Passo del Vannino. Avanziamo sempre su pietraie, intervallate da rari spazi sabbiosi,

Spettacolare vista sui ghiacciai

Salendo verso il Pizzo del Costone, in un panorama incantevole tra ghiacciai vicini e lontani, con in primo piano l’Arbola con i suoi ghiacciai duramente messi alla prova e in lontananza il profilo del Monte Rosa, si ergono le guglie bianche del Lebendum, sopra le quali scorgiamo veleggiare e poi allontanarsi un gruppo di gracchi alpini (Pyrrhocorax graculus). Il sentiero si inerpica lungo la cresta sud che conduce alla Cima del Pizzo del Costone (2950 mslm) ma prima di giungere in vetta la traccia piega a sinistra a quota 2936 mslm e scende rapidamente. Superata l’ennesima pietraia si giunge ad un’ampia sella sabbiosa di colore biancastro che conduce in pochi minuti al grande pianoro dove si trovano le guglie (2892 mslm).

La segnaletica riporta 2940 mslm

Ne vale davvero la pena, la fatica è ricompensata dal paesaggio lunare e da un panorama incantevole.

Le bianche guglie del Lebendun

Ci allontaniamo dalle guglie per mangiare qualcosa, ci sediamo tra alcune rocce e una ben pasciuta arvicola di montagna (Chionomys nivalis), grigia, fa capolino. Ci osserva per qualche secondo e poi sparisce.

Ripartiamo e dopo poco scorgiamo in basso il Rifugio Margaroli e l’incantevole lago azzurro di Sruer. Non sembra così lontano, eppure la segnaletica dà 3 ore. Dopo poche centinaia di metri capiamo la ragione: per poter scendere bisogna fare un lungo giro su pietraie, aggirando il Lebendun.

Una delle interminabili pietraie che circondano il Lebendun

Mentre malediciamo l’ennesima pietraia, ecco finalmente l’incontro sperato: a pochi metri dal sentiero un gruppo di stambecchi maschi (Capra ibex). Una decina di individui adulti dalle lunghissime corna, estremamente rilassati, seduti tra le rocce o a loro agio su pendenze impossibili. Gli stambecchi non hanno paura dei camminatori, purché questi siano rispettosi, pertanto si lasciamo placidamente ammirare. Sono bellissimi.

Uno dei magnifici esemplari di stambecco maschio (foto scattata con il cellulare)

Vorremmo fermarci di più ma la strada è ancora lunga, preferiamo non attardarci. Ripartiamo, la pietraia sembra infinita, le ginocchia cigolano. Finalmente ritroviamo un sentiero di fiori e terra battura, verso il lago. Continuiamo a scendere, con la consapevolezza che poi dovremo risalire verso il passo del Nefelgiù.

L’incantevole azzurro del lago Sruer

Fortunatamente, prima di arrivare al Lago – e quindi, volendo, al poco distante Margaroli – una traccia ci permette di risparmiare qualche decina di minuti e ci porta direttamente alla salita che culmina al Nefelgiù. Saliamo regolari, tra i fischi delle marmotte – per fortuna ne vediamo bene almeno una – e un inaspettato frullio di uccellini dalle ali bianche e nere. Sono fringuelli alpini (Montifringilla nivalis), saranno una decina che si inseguono sopra le nostre teste. Ne approfittiamo per prendere fiato, la salita non è ripidissima ma non spiana fino al passo.

La discesa dal Passo del Nefelgiù

Ancora qualche minuto di salita e siamo al passo. Ci accoglie un forte vento, improvviso, dobbiamo indossare almeno un k-way. Poi l’ultima lunga discesa, inizialmente tra rocce e poi sempre più nel verde, fino alla diga di Morasco, lungo un tratto della GTA (Grande Traversata delle Alpi) e il Sentiero Italia.

Quando infiliamo le gambe sotto un tavolino all’aperto del rifugio Bim Se, provati ma non distrutti, con grande soddisfazione facciamo mente locale sull’escursione: circa 1700 metri di dislivello, con qualche breve pausa, circa 9 ore e 20 per noi… non possiamo che essere soddisfatti.

Testo Prof. Gip. Barbatus

Foto Ivan Vania, Guglielmo Fachini e Lorenzo Castelli

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2 commenti

  1. Molto bello, siamo stati di recente al passo Nefelgiu ed abbiamo ammirato il lago Sruer.
    È sempre un’area fantastica da visitare.
    Proverò/proveremo a farla in due tranches fermandoci al Margaroli. Grazie del bel resoconto e delle foto

    Piace a 1 persona

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