Diari – Il mio primo Big Year (parte II)

Il Big Year si sta rivelando una sfida affascinante ma molto impegnativa. Dopo un primo periodo entusiasmante e ricco di avvistamenti, è diventato sempre più difficile contattare nuove specie. Tra gli ambienti che ho frequentato di più, la montagna e la città sono tra quelli che mi hanno regalato le sorprese più gradite. È l’acqua, tuttavia, a costituire l’elemento cardine intorno cui la stragrande maggioranza degli uccelli vivono le loro esistenze alate: laghi, risaie e paludi: in questi primi 5 mesi dell’anno, hanno rappresentato per me una fonte inesauribile di nuovi incontri.

Nitticora (Nycticorax nycticorax)

Proprio per questa ragione, ancora una volta, mi affido a una zona umida per incrementare il mio bottino, che a inizio giugno ammonta a 162 specie di uccelli. La destinazione, questa volta, è uno dei paradisi del birdwatching italiano, un luogo dove le acque dolci del Grande Fiume si mischiano all’acqua salata del mar Adriatico: il Delta del Po. Un dedalo di strade sterrate attraversa in lungo e in largo quest’incredibile area protetta, che odora di salsedine e risuona come un unico, grande canneto sferzato dal vento. Ho intenzione di scrutare con attenzione ogni angolo di questo eden di paludi, conscio del fatto che solo una grande pazienza, abbinata a una buona dose di fortuna, mi permetterà di incontrare uccelli che finora sono sfuggiti alla mia vista.

Hotspot: il Delta del Po

Di fronte ai miei occhi si schiudono le Valli di Comacchio, un’immensa distesa d’acqua salmastra, costellata da una miriade di puntini chiari, che si distinguono anche a grande distanza. Macchioline di colore che spiccano sul blu cobalto dell’acqua cheta. Sono i fenicotteri rosa, una delle specie simbolo del Delta del Po.

Fenicotteri (Phoenicopterus roseus)

Trampolieri dall’aspetto inconfondibile, che avanzano dinoccolati sulle loro lunghe zampe e setacciano di continuo il fondale limaccioso con un movimento ritmico del capo, alla ricerca dei microrganismi di cui si nutrono. Le sfumature rosa del loro piumaggio derivano dai carotenoidi, pigmenti ereditati da piccoli crostacei di cui i fenicotteri si alimentano e che a loro volta ottengono i pigmenti cibandosi di alghe che ne sono ricche.

Un affascinanate ritratto di un fenicottero a caccia nel fango

L’ultima volta che ho visitato questa zona del Nord Italia ero poco più di un bambino. Un bambino appassionato e curioso, che amava trascorrere ore e ore con il binocolo sempre al collo, alla ricerca di nuovi uccelli da osservare. Di quella entusiasmante gita ho ricordi molto vaghi, ma mi risulta impossibile dimenticare il caldo afoso e l’impressionante quantità di zanzare presenti. Fastidiose inezie, quando sull’altro lato della bilancia pesa un territorio estremamente affascinante, che si estende per decine di migliaia di ettari, ricchissimo di acque dolci e salmastre, fitte pinete e spiagge abitate da oltre 370 specie di uccelli, 40 specie di mammiferi e più di 1000 specie vegetali.

Avocetta (Recurvirostra avosetta)

Muoversi in un’area umida così estesa non è affatto facile. Più spesso di quanto un fotografo naturalista vorrebbe, ci si trova a osservare a grande distanza animali estremamente diffidenti e l’avvicinamento è reso impraticabile dalla conformazione stessa del territorio, solcato in lungo e in largo da canali e acquitrini melmosi. A venire incontro alle esigenze del birdwatcher incallito, sono per fortuna le torri di avvistamento: strutture in legno alte anche una decina di metri che, posizionate in punti strategici, permettono di scoprire quali meraviglie si celino anche dietro al più fitto dei canneti. Se il punto di ripresa non permette ovviamente di immortalare gli uccelli a pelo d’acqua, può essere invece interessante sfruttare l’occasione per ritrarre qualche uccello in volo. L’intero Delta del Po è costellato di queste torri, ma non tutte offrono le stesse interessanti opportunità di avvistamento. Anche in questo caso, come in tutti i miei viaggi, ho dedicato molto tempo alla pianificazione: un che di magico si nasconde nell’apertura di una mappa, nel dito che scorre a contatto con la carta spostandosi idealmente da un luogo all’altro. Per quanto l’esplorazione sia a mio modo di vedere una componente irrinunciabile di ogni avventura in natura che si rispetti, occorre purtroppo venire a patti con la dura realtà: il tempo a disposizione non è infinito.

Pavoncella (Vanellus vanellus)

Occorre sfruttare ogni strumento a disposizione per minimizzare le escursioni a vuoto. In quest’ottica, Ornitho.it rappresenta per il sottoscritto un sostegno irrinunciabile. Su questa piattaforma online, migliaia di iscritti condividono con altri utenti le loro osservazioni naturalistiche, mettendo a disposizione della ricerca scientifica una mole considerevole di dati e regalando ad altri appassionati come il sottoscritto la possibilità di monitorare gli avvistamenti più interessanti effettuati in tutta Italia, in tempo quasi reale. Questo tipo di condivisione, inutile negarlo, porta con sé numerosi rischi, in particolare quando si tratta di dati inerenti specie di uccelli rare. Ai gestori del sito, che dimostrano grande senso di responsabilità oscurando opportunamente le informazioni più sensibili, va il mio apprezzamento e il mio plauso.

Se mi sono bastati pochi minuti per inserire gli appariscenti fenicotteri rosa nella lista del mio Big Year, per altri uccelli so che dovrò aguzzare la vista e mettere a dura prova la mia pazienza, cercando di sfruttare al massimo le ore in cui il sole batte meno forte. A mezzogiorno, infatti, le paludi sembrano avvolte da una calma piatta. I canneti appaiono insolitamente silenziosi e raramente capita di scorgere uccelli in volo.

Corriere grosso (Charadrius hiaticula)

Il modus operandi è all’incirca sempre lo stesso: appena individuo una location potenzialmente interessante mi fermo e scruto l’orizzonte con il binocolo. In questa spedizione ho con me un leggerissimo Leica 8×32 e un più pesante ma luminosissimo 8×42. L’ingrandimento dei due strumenti è lo stesso, ma il secondo strumento permette di apprezzare dettagli incredibili anche in condizioni di luce molto scarsa: l’ideale quando si parte per un’uscita prima dell’alba. Se ho qualche dubbio su un’identificazione o se semplicemente voglio godermi con tutta calma i dettagli del piumaggio di una specie particolarmente bella, mi affido poi all’immancabile cannocchiale Leica Apo Televid 82. Fondamentale in questo caso è avere a disposizione un buon treppiede, il cui peso rappresenti un giusto compromesso tra portabilità e stabilità: un aspetto quest’ultimo da non sottovalutare, specialmente durante giornate molto ventose.

Falco di palude (Circus aeruginosus)

Come spesso accade, mi bastano poche ore sul campo per rendermi conto che, considerata la vastità del Delta, non potrò far altro che rinunciare a un’esplorazione capillare della parte veneta dell’area protetta: mi concentrerò invece sulla parte emiliana, in linea con la sempre valida filosofia riassunta nel detto “pochi ma buoni”. Quando mi muovo in natura e ho poco tempo a disposizione, preferisco dedicare la mia attenzione a pochi luoghi e poche specie animali, cercando di tirare fuori il massimo dalle situazioni che mi sembrano più stimolanti, piuttosto che impiegare il mio tempo a girare come una trottola impazzita: la natura ha i suoi tempi e occorre saperli rispettare.

Gli incontri con l’avifauna locale si susseguono e ognuno porta con sé emozioni diverse. Dall’elusivo tarabuso che si affaccia solo per un momento dal margine del canneto alla timida civetta che fa capolino tra le tegole di un casale abbandonato, dal piumaggio bianco e nero dell’elegantissima avocetta al coloratissimo martin pescatore che sfreccia su un piccolo canale sfiorando il pelo dell’acqua, sono tantissime le sfumature di natura che dipingono il ricchissimo mosaico del Delta del Po.

Civetta (Athene noctua)

Un mosaico che nell’arco di cinque giorni ci regala sensazioni impagabili e che è difficile condensare in poche righe. Impossibile, infatti, scegliere tra la meraviglia provata nello scorgere una coppia di sterne maggiori, rari uccelli dal becco massiccio e dall’imponente apertura alare, e lo stupore provato di fronte alla bellezza di una solitaria ghiandaia marina, specie iconica le cui piume brillano di un azzurro intenso come quello di un cielo terso a primavera.

Nonostante io abbia appena imboccato la via del ritorno e la mia mente mi proietti già lontano dalle acque chete di questo luogo senza tempo, ecco che il Delta mi attira ancora una volta a sé, come una calamita, indirizzando il mio sguardo su uno spettacolare volo di marangoni minori. Pochi battiti d’ala e lo stormo scompare all’orizzonte, oltre i capanni da pesca tipici di queste Valli, oltre le distese di salicornia, strappandomi una promessa di ritorno.

Sterne comuni (Sterna hirundo)

Avvistamenti emozionanti: la pernice bianca (Lagopus muta)

L’avvistamento più emozionante di questa parte di Big Year l’ho però vissuto altrove, in un contesto meraviglioso. Non credo di aver mai goduto di una simile vista d’insieme. Le montagne più belle della Valle d’Aosta sembrano volermi abbracciare, pur mantenendo la loro fissità immemore. Ovunque io volga il mio sguardo, una cima storica lo incontra. Cervino, Monte Rosa e Monte Bianco, tutti insieme, incastonati in un quadro perfetto. Intorno a me, sfasciumi di roccia a perdita d’occhio, colorati da licheni variopinti e impreziositi da fioriture d’alta quota tipiche di questa zona delle Alpi. È innegabile: le specie animali che hanno scelto un habitat simile per trascorrere le loro vite selvagge hanno davvero buon gusto.

Pernice bianca (Lagopus muta)

Un silenzio ovattato circonda la pietraia ancora in ombra. Quando una breve folata di vento mi scuote, stento a credere che l’estate sia alle porte: osservo la bassa e rada vegetazione mentre viene sferzata da un’aria fredda e sottile, di quelle che si insinuano sotto il pile e portano a rimpiangere la pur relativa comodità della branda del rifugio. La sveglia questa mattina era puntata alle 4, ma non ho fatto molta fatica ad alzarmi. Troppo ghiotto l’obiettivo dell’uscita, troppo stimolante la ricerca del relitto glaciale per eccellenza: la pernice bianca. Come la lepre variabile, questo affascinante tetraonide è rimasto confinato sull’arco alpino in seguito alle grandi glaciazioni, costruendosi in un habitat apparentemente ostile una nicchia ecologica dove prosperare.

Questo bellissimo galliforme è perfettamente adattato all’ambiente in cui vive. Il suo piumaggio muta con l’alternarsi delle stagioni, trasformando estive screziature grigie e marroni in un abbagliante candore invernale. Il mimetismo è l’arma con cui questo uccello si cela ai predatori, e purtroppo anche al fotografo naturalista.

Un pernice bianca si nasconde tra la vegetazione

Tendo l’orecchio, nella speranza di udire il tipico richiamo roco del maschio risuonare tra le rocce. Intanto, scruto ogni anfratto della pietraia con il binocolo. A un tratto, una forma tondeggiante attira la mia attenzione in quel mare di spigoli e sassi acuminati. Aguzzo la vista e trattengo il fiato per limitare le vibrazioni del mio strumento ottico. Poi, un leggerissimo movimento tradisce la pernice. Bianche zampe ricoperte di piume si muovono guardinghe e felpate. E’ proprio il caratteristico piumino che ricopre gli arti inferiori di questa specie ad averne determinato il nome latino: “lagopus”, dal greco “piede di lepre”.

L’avvicinamento a questo incredibile animale non è mai facile e non esistono regole fisse. Sicuramente è fondamentale muoversi lentamente, se possibile radenti al terreno, offrendo alla pernice la possibilità di abituarsi alla nostra presenza. Nel periodo tardo primaverile ed estivo, in cui si formano le coppie, la specie è più difficile da scorgere ma paradossalmente più semplice da approcciare. Nella stagione autunnale, invece, quando le pernici si radunano in brigate anche numerose, è relativamente facile avvistarle, anche grazie al piumaggio in piena muta ma già tendente al bianco che contrasta nettamente con l’ambiente circostante, di rado già innevato. Tuttavia, forse proprio per questa vulnerabilità o a causa del fatto che la paura si diffonde a macchia d’olio nello stormo, in questo periodo dell’anno la diffidenza della specie è ai suoi massimi.

Una femmina di pernice

Nonostante io abbia già fotografato questo animale tantissime volte, sono felice che la fortuna sia stata dalla mia parte anche quest’anno: la mitica pernice bianca, che per anni ha animato i miei sogni di bambino fino a quel primo, indimenticabile incontro nel Parco Nazionale francese della Vanoise, non poteva mancare nel mio Big Year.

Luca Giordano Fotografo professionista dal 2015, da diversi anni organizza viaggi fotografici, corsi e workshop in Italia e in diverse aree d’Europa. Collabora come fotografo naturalista e scrittore freelance con svariati enti e riviste, mentre le sue immagini sono state segnalate e premiate in occasione di numerosi concorsi fotografici nazionali e internazionali. Raccontare la natura e gli animali selvatici al grande pubblico è lo scopo del suo lavoro: in questa direzione vanno letti i suoi saltuari interventi a GEO (Rai3), così come le tante proiezioni di foto naturalistiche che tiene presso associazioni, scuole e circoli fotografici. Si è laureato in Economia Aziendale e in Direzione d’Impresa, Marketing e Strategia, con una tesi sulla valorizzazione del territorio nel Parco Nazionale Gran Paradiso e nelle Aree Protette Alpi Marittime. Per vedere i suoi lavori e seguire le sue iniziative www.lucagiordanophoto.com

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