Fotoracconti – Le stagioni dei cervi

Un affascinante racconto per immagini sulle tracce del cervo (Cervus elaphus) nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Imponente ma elusivo, il re del bosco (qui presente con una popolazione molto consistente, dopo la reintroduzione del XIX secolo) è il protagonista del libro fotografico (Ulule, 2021) di Elisa Confortini, che segue questo affascinante animale nel passare delle stagioni, nel corso di un intero anno, partendo dal tardo autunno per arrivare all’autunno successivo, nel periodo del bramito. Le fotografie raccontano una storia reale, tangibile, fatta di animali, di presenze, di condivisioni di momenti, testimoniano la ricchezza e la meraviglia della vita intorno a noi, nella sua straordinaria quotidianità e vicinanza e l’importanza di difendere e preservare territori dove è ancora possibile trovare veri e propri angoli di vita selvaggia e biodiversità. Ma lasciamo la parola a Elisa!

Mi affascinava l’idea di fotografare i cervi, ma ancor prima di vederli, non ne avevo mai avuta l’opportunità. L’occasione è giunta grazie all’invito di un amico, nato e cresciuto nel Casentinese e appassionato di fotografia naturalistica, a condividere l’emozione del bramito tra questi boschi. Dapprima si è trattato solo dell’ascolto, di presenze nell’oscurità e magnifiche sagome che si rivelano in controluce all’imbrunire. Poi, pian piano, nel corso dei giorni e delle settimane, gli incontri sono diventati più ravvicinati.

Il cervo è un animale gregario che tende cioè a formare gruppi. Il nucleo familiare è costituito da una femmina adulta, il piccolo dell’anno e quello dell’anno precedente. Più nuclei possono unirsi aformare branchi più numerosi, soprattutto in inverno. I maschi invece, vivono per la maggior parte dell’anno separati, solitari o in piccoli gruppi. A partire dalla metà di settembre, quando comincia ilperiodo degli amori, diventano molto territoriali e difendono un’area ricca di pascolo, che attrae le femmine in vista dell’inverno.

Il corteggiamento consiste in una serie di rituali per la conquista di un harem, composto da 5 a 15 femmine, primo fra i quali il bramito. Si tratta di una sorta di un muggito intenso che rispecchia le condizioni fisiche del maschio, essendo un’attività molto costosa a livello energetico. Un grido viscerale di richiamo e sfida che, inconfondibile, risuona nel bosco. Questo è il momento più propizio per osservarli e fotografarli.

Io però non ho voluto concentrarmi troppo o solo su questo momento dell’anno ma seguire gli animali al mutare delle stagioni, dedicandomi in particolare modo alle femmine in primavera, ai piccoli in estate, ai maschi in autunno e cercando le loro tracce nella neve in inverno.

Ho iniziato a percorrere sentieri appena tracciati, una rete di strade che non appartengono agli uomini. Vie nascoste, a volte irraggiungibili, che conducono ad un altro mondo parallelo al nostro e che spesso ci sfugge. Ho dovuto imparare ad osservare, imparare a camminare. Gli animali si muovono fluidi e silenziosi tra le asperità nel bosco di querce. Arrivano come se si
materializzassero dal nulla, una sensazione forte che si rinnova ogni volta. Sono accanto a me ma sanno come non farsi vedere, appaiono e scompaiono, a volte solo per pochi attimi, altre volte mi donano la possibilità di osservarli più a lungo. Bisogna riuscire a restare alla giusta distanza, un movimento sbagliato, una foglia calpestata, uno scricchiolio o semplicemente il rumore dello scatto della fotocamera potrebbe farli sparire nel bosco.

Le femmine, in particolare modo, sono sempre attente ad ogni singolo possibile pericolo, furbe, silenti vedette. Quante volte davanti a loro mi sono ripetuta nella mente “sono un cespuglio”, momenti di assoluta immobilità, così difficili per noi umani, che ci sembrano infiniti. Il tempo si dilata, tutto si ferma, l’unico pensiero che resta è la speranza di non avere destato l’allarme, di
poter ancora godere di quel momento d’incontro. Quando succede mi tengo stretta quell’apparizione, con misto di emozione e di felicità, che ripaga di tutta la fatica, del freddo e della pioggia, delle lunghe e spesso infruttuose attese. Spesso ad apparire non sono i cervi ma altre creature che condividono, in armonia, il medesimo ambiente, in primis i daini, ma anche cinghiali,
volpi, tassi… A volte capisco di aver rivelato la mia presenza ma, in qualche modo, essa viene accettata. Sono riuscita a non varcare un confine invisibile.

Posso osservarli, fotografarli, niente raffiche ma solo scatti singoli e intervallati da pause. La calma e la lentezza sono d’obbligo, ma a me non dispiace, adoro osservarli. Per la maggior parte del tempo li guardo nascosti nell’erba, nutrirsi, mentre divorano le erbe fresche e tenere, i germogli, le foglie novelle e i ramoscelli. A volte riposano ai margini della radura. Loro abitano i boschi e i prati e io sono l’ospite. Resto quasi sempre accucciata o stesa a terra, raramente uso camuffamenti, solo indumenti mimetici, è l’ambiente stesso, come un cespuglio o l’erba alta, che mi cela alla vista. Mi piace inquadrare cercando spiragli tra la vegetazione, perché gli animali sono così, discreti e celati. Devo diventare parte dell’ambiente per cercare un’immagine che possa restituire il mistero e la forza, la bellezza e la dolcezza di questi splendidi animali. Anche quando mi allontano lo faccio con attenzione e in silenzio per non disturbare, ringraziando per ogni momento d’inattesa intimità.

Per maggiori informazioni sulla mia esperienza o sul mio libro, visitate la pagina https://it.ulule.com/le-stagioni-dei-cervi oppure scrivetemi a info@elisaconfortini.it 

Testo e foto di Elisa Confortini
©Tutti i diritti relativi a testo e immagini sono riservati

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