Ovunque siate… al mare, in montagna, in ufficio, estate è sempre anche desiderio di evasione, di vivere orizzonti diversi, di ritrovare sé stessi. Ecco allora tre letture consigliatissime, tre libri di viaggio, per rigenerare l’istinto selvaggio che alberga in ognuno di noi e che, sopraffatto dalla quotidianità, talvolta crediamo sia perduto definitivamente. Non è così, è solo sopito, va però nutrito… buona lettura!
Chris Thorogood, Nel labirinto della foresta

Questa è la storia di un botanico, di un fiore e di una guardia forestale, e di come le loro vite si siano intrecciate. È la storia di Chris Thorogood, il botanico appunto, nonché illustratore naturalistico e vicedirettore dell’orto botanico di Oxford, e della sua ossessione per una pianta unica, la Rafflesia. È la storia di un viaggio nel Sud-Est asiatico, tra Filippine e Indonesia, all’inseguimento del fiore più grande del mondo, rarissimo quanto terrificante, per mapparne le specie meno conosciute e preservarle. Rafflesia – che troneggia nella inquietante copertina – infatti non è una pianta da fiore qualunque ma è un parassita che ruba il cibo alle altre piante. Dopo una straordinaria evoluzione, ha smesso di compiere la fotosintesi e per sopravvivere dipende in tutto e per tutto da altre piante, le cosiddette ospiti. Priva come è di foglie, con quei fiori misteriosi, ha un aspetto bizzarro, una bellezza incantevole, e una biologia sinistra che in qualche modo la anima, le conferisce carattere.
Per chi, come noi, frequenta e ama il Sud-Est asiatico, perdersi tra queste pagine non significa solo incontrare piante dalle incredibili forme e colori – avete mai sentito parlare dell’Amorphophallus titanum o delle diverse Nephentes? Non perdetevi i brani che l’autore qui dedica loro! – ma riportare alla mente l’afa asfissiante che impedisce di dormire di notte e rende faticoso ogni movimento di giorno, il sudore, l’odore dolciastro, tropicale, di frutta troppo matura e pollo fritto che pervade ogni cittadina e villaggio, la confusione di tuc-tuc, furgoncini, macchine, bambini che giocano a pallone con le magliette dei grandi campioni europei e onnipresenti cani randagi. Il Sud-Est asiatico, insomma, con l’immancabile riso accompagnato da pollo e maiale e la frutta più strana e saporita che abbiate mai visto.
Ma Sud-Est significa anche l’anima profonda, viva, della foresta, dove si ritorna allo stato selvatico, dove si è così piccoli e insignificanti che basta una distrazione o un colpo di sfortuna – un serpente velenoso, un insetto letale, una pianta velenosa – per perdere tutto, anche la vita.
Eppure Chris Thorogood ci fa vedere anche qualcosa di più: la sfida per la conservazione degli habitat, il dolore di constatare che troppo spesso quello che c’era non c’è più – chi conosce le Filippine o l’Indonesia sa per averlo visto con i propri occhi come la foresta stia bruciando e sia sostituita da palme da olio, da cocco, da agricoltura intensiva. Eppure forse ancora una speranza c’è e risiede soprattutto nelle popolazioni locali e in una nuova consapevolezza, negli anziani e nei giovani indigeni, nella loro comprensione che la loro vita è strettamente legata alla foresta e che devono difenderla dal capitalismo cannibale che tutto travolge. Perché indietro non si torna e quando tutto è bruciato non resta altro. Cosa si salva? Nulla, nemmeno la Rafflesia.
Sylvain Tesson, L’asse del lupo

“Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita”, sostiene Sylvain Tesson mentre, sdraiato su una coperta delle ferrovie russe, misura passo dopo passo, lentamente e in solitudine, quanto è costato ai naufraghi del secolo rosso, ai banditi degli anni d’acciaio, attraversare le grandi terre dell’Asia centrale per approdare alle coste della libertà.
Seguendo questo folle progetto, nel maggio del 2004 Sylvain Tesson è partito a piedi dalla Jacuzia, nel cuore della Siberia, sulle tracce dello zek Slavomir Rawicz, l’ufficiale polacco che nel 1941 sostenne di essere fuggito da un campo di prigionia siberiano raggiungendo l’India.
Nove infiniti mesi a piedi, a cavallo, in bicicletta, che diventano anche un pellegrinaggio nella memoria del secolo breve, il Novecento, sulle orme di coloro che sfidarono la morte pur di non rinunciare alla libertà e alla dignità di uomo.
Gli zeks, gli evasi, appartengono a quell’umanità rara, fatta di emarginati e viaggiatori con i quali, proprio come i monaci-mendicanti, i trovatori, i viaggiatori, gli hobos o beatnik, gli eremiti delle taighe, i long raiders, gli esploratori dei boschi, i vagabondi, Wanderer o Waldgänger, Tesson vive in grande consonanza intellettuale, per i quali viaggiare e spostarsi a piedi è il senso stesso della vita, non una semplice parentesi.
“Cammino, questo so fare”, è costretto ad ammettere a sé stesso Tesson, dedicando un pensiero a un luogo, a una persona incontrata o semplicemente emersa nei ricordi.
Percorrendo “l’asse del lupo” (oggi riproposto in una nuova e curata edizione da Piano B edizioni) descritto nelle sue memorie da Rawicz, attraverso taighe interminabili, steppe bruciate dal vento, deserti dai colori spettrali come il Gobi e passi e vette himalayane, Tesson affronta le proprie paure – concrete come i ragni e gli orsi – e i propri demoni interiori, cercando di ignorare il dolore che a tratti rischia di travolgerlo (e che lo terrà fermo alcune settimane).
Misurando le giornate in chilometri, da colmare di passi che si succedono uno dopo l’altro, accompagnandosi a novelli schiavi e fuggitivi come i cinesi che costruiscono la ferrovia verso il Tibet affogando la propria vita nell’alcool o i monaci buddisti che “disprezzano le contingenze, barcollano nei loro stracci e si affidano semplicemente al cielo”, Tesson ci consente di conoscere cosa significhi essere russi (e implicitamente ci offre una chiave di lettura del conflitto ucraino-russo), ci porta nel cuore della vexata quaestio cino-tibetana, ci fa toccare con mano il rapporto diverso che hanno con la propria terra i diversi popoli del deserto e della terra fertile, ci fa intimamente conoscere il significato di confine.
Sempre guardando avanti, senza mai neppure considerare l’ipotesi di rinunciare, senza mai avvertire non solo l’esigenza ma nemmeno un fuggevole desiderio di ritornare: “Ritornare è l’ultima cosa che vorrei fare”, gli dice incrociando il suo cammino in Tibet senza esitare Priscilla Telmon, altra straordinaria viaggiatrice reduce da mesi di cammino dal Vietnam al Tibet sulle orme di Alexandra David Neel.
Perché – almeno per alcuni di noi – la libertà è soprattutto volontà e nessuna frontiera, nessun regime, nessuna barriera naturale o artificiale potranno mai incatenare l’anima di un uomo libero. Sylvain Tesson ancora una volta ce ne offre un sublime esempio e ce ne ricorda l’importanza.
Jonathan C. Slaght, I gufi dei ghiacci orientali

Il Litorale è una lingua di terra nell’Estremo Oriente russo, stretta tra il Mar del Giappone e la Cina. Un altrove popolato da animali leggendari, quasi mitici, come rari orsi, la tigre dell’Amur, il leopardo dell’Amur, il cervo mosco siberiano, “una piccola creatura con grandi orecchie, del peso di un bassotto, con le zampe posteriori grosse e sproporzionate che, anziché di corna, è dotato di lunghi canini che sbucano dal labbro superiore come zanne”. Insomma, se esiste un luogo sulla Terra in cui la natura è sempre capace di sorprendere, questo è il Litorale. Sempre qui, tra fiumi e boschi, vive anche il gufo più grande del mondo, il raro gufo pescatore di Blakiston o gufo dei ghiacci orientali (Bubo blakistoni), di cui solo gli indigeni ancora negli ultimi anni del secolo scorso avevano qualche conoscenza più precisa.
Jonathan Slaght, scrittore e naturalista statunitense, se ne innamora perdutamente e decide di dedicare la sua tesi di dottorato a “questo uccello enorme, grosso quanto un’aquila ma più pennuto e corpulento, una massa arruffata del color dei trucioli di legno, dagli occhi gialli elettrico e con ciuffi sproporzionati sopra le orecchie”, raccontandoci questa avventura in un libro straordinario: I gufi dei ghiacci orientali (in Italia tradotto da Luca Fusari ed edito da Iperborea).
Studiare sul campo il gufo pescatore significa immergersi nel Litorale, vivere il Litorale, una terra vergine, ctonia nella sua essenza, di antichissime foreste e fiumi impetuosi, di acqua e terra, in cui spesso non esistono strade lungo le quali muoversi ma solo fiumi ghiacciati da percorrere in motoslitta accelerando per evitare di sprofondare nelle acque gelide.
Significa anche conoscere ed entrare in relazione con la varia umanità che popola questa terra meravigliosamente ostile: boscaioli, eremiti, ex agenti del KGB, cacciatori, latitanti, uomini inselvatichiti che bevono vodka, etanolo (e persino detergente) e trovano conforto nel calore di pozze d’acque scaldate dal radon radioattivo. Isolati dal mondo, diffidano dello straniero (soprattutto se non porta la barba) che per ragioni incomprensibili ai loro occhi si trova nelle loro terre (e lo studio dell’ornitologia non sempre sembra una motivazione plausibile).
Eppure, superata la diffidenza iniziale, sanno diventare amici preziosi con cui condividere la sorte di un’esistenza ancora regolata da dicotomie primordiali, fame o sazietà, vita o morte, nelle quali una minima deviazione può significare un passaggio repentino da una condizione all’altra: dividere una tenda a 30 gradi sotto zero, dormire in una capanna di tronchi attorno a una stufa di ghisa portata a spalle, svegliarsi nel sacco a pelo coperto di ghiaccio per accendere un fuoco, dividere carne secca avariata, biscotti o lattine.
Tra superstizioni sciamaniche e relitti del Cristianesimo ortodosso, dopo gli iniziali insuccessi e le inevitabili frustrazioni, qualcosa finalmente cambia e quelli che sembravano ad un certo punto obiettivi divenuti irraggiungibili cominciano a prendere concretezza, proprio come gli esemplari catturati e poi subito liberati, come i nidi prima difficilmente trovati poi localizzati senza troppi problemi una volta compresa la natura degli alberi necessari alla nidificazione.
E tutto per un gufo (certo, non un gufo qualunque) di cui inizialmente non si sa quasi nulla, nemmeno distinguere i maschi dalle femmine, di cui si imparano a riconoscere le tracce, si studiano gli areali, le abitudini, si monitorano con gps applicati dopo la cattura i percorsi. Per salvaguardarne l’habitat, difenderne il territorio, perché la perdita definitiva di una sola specie è una perdita definitiva per tutti.
Prof. Gip. Barbatus
