Esistono foreste così antiche da custodire ancora gelosamente misteriosi abitanti altrove scomparsi. Tra i più affascinanti di questi, sicuramente troviamo il custode instancabile del legno vetusto, il picchio di Lilford, che vive solo dove la foresta respira e muore secondo i ritmi primordiali della natura.

Un maschio di picchio dorsobianco di Lilford in cerca di insetti xilofagi in una faggeta vetusta
Il picchio dorsobianco di Lilford (Dendrocopos leucotos lilfordi) -Thomas Powys, IV Barone Lilford, è stato un celebre ornitologo e naturalista britannico del XIX secolo – è una sottospecie rara e preziosa del picchio dorsobianco diffuso in Eurasia, dai Pirenei fino ai Balcani, alla Turchia e al Caucaso.
Ancor più dell’arvicola rossastra, è un importantissimo indicatore biologico della salute delle foreste vetuste.
In Italia costituisce una presenza stanziale storica nelle foreste dell’Abruzzo, in particolare nelle aree protette del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ma è presente anche sui Monti Simbruini e sui Monti Ernici. La popolazione italiana è stimata in appena 250-350 coppie.
La sua sopravvivenza è legata alla presenza di alberi vetusti, dal momento che si nutre principalmente di larve di insetti xilofagi (che mangiano legno) e di altri organismi che cerca scavando instancabilmente sotto le cortecce degli alberi morti o marcescenti, sia in piedi che a terra. Vive esclusivamente in boschi maturi di faggio in media montagna, tra gli 800 e i 1.800 metri di altitudine.

Un picchio dorsobianco di Lilford sorpreso sul terreno
Leggermente più grande del comune picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), misura circa 24-26 cm di lunghezza, con un’apertura alare di 38-40 cm e un peso che oscilla tra i 99 e i 112 grammi.
Il piumaggio del picchio di Lilford è un capolavoro di mimetismo e contrasti, perfettamente adatto per fondersi con i giochi di luce che filtrano tra le foglie dei faggi. Il dorso e le spalle sono neri con caratteristiche fitte bande o striature biancastre, mentre il ventre è chiaro. La testa e il collo sono bianchi con disegni a strisce nere.

Uno splendido esemplare di picchio dorsobianco di Lilford in tutta la sua eleganza: in particolare evidenza il dorso dalle striature biancastre
Il maschio si distingue per una evidente macchia rossa sulla sommità del capo, che nella femmina è invece di colore nero.
Quando si sposta tra i rami, le sue ali si aprono come un ventaglio di contrasti, offrendo sprazzi di luce bianca e nera che si confondono tra i giochi di luce delle chiome degli alberi
Il suo tambureggiare viaggia tra i rami attraverso le onde che vibrano nell’aria, trasformando il bosco in una immensa cassa di risonanza.

Un bell’esemplare maschio fotografato nell’atto del tambureggiare
La riproduzione del picchio dorsobianco di Lilford avviene in primavera, principalmente tra marzo e aprile. Il nido – come per gli altri picchi presenti sul nostro territorio nazionale – è costituito da una cavità scavata all’interno di alberi vecchi o marcescenti. La femmina depone solitamente da 3 a 5 uova, l’incubazione dura dai 12 ai 16 giorni durante i quali entrambi i genitori si occupano del nido. I pulcini vengono nutriti da entrambi e lasciano il nido dopo circa 25-27 giorni dalla schiusa.
Il picchio dorsobianco di Lilford è il custode segreto delle foreste più antiche e incontaminate d’Italia, l’anima stessa delle faggete vetuste dell’Appennino centrale. Incontrarlo è un privilegio raro, un momento in cui il tempo si ferma e la natura selvaggia mostra, per un solo istante, il suo volto più puro e nascosto.
Testo di Luca Alberini e Angelina Iannarelli, foto di Angelina Iannarelli
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