Erano anni che eravamo a conoscenza di questo progetto – iniziato infatti nel lontano 2009 – tanto che temevamo non arrivasse più a una conclusione. Fortunatamente invece i due registi – Alberto Maroni Biroldi e Carlo Prevosti – ce l’hanno fatta. E noi ovviamente non siamo mancati alla presentazione del documentario.
La Val Grande per noi è uno dei luoghi dell’anima, nella cui wilderness amiamo perderci, e naturalmente già conoscevamo la storia di Gianfry, l’eremita di Vald, e la sua tragica fine (cui addirittura è stato dedicato un articolo sul National Geographic nel 2009 e più recentemente un libro, Gianfry, l’eremita scalzo della Val Grande, di Beppe Codini (Alberti, 2023). Avevamo quindi la curiosità di vedere come una vita tanto eccentrica potesse essere rappresentata per immagini.
Per chi per la prima volta sentisse questo nome, Gianfry – al secolo Gianfranco Bonaldo – dopo una infanzia segnata da enormi disagi e difficoltà, alla fine degli anni Novanta decise di abbandonare la civiltà per rifugiarsi in uno degli angoli più aspri e selvaggi d’Italia, la Val Grande, solo con se stesso e la natura (Gianfry considerava lo schivo camoscio, presente ma spesso difficile da osservare, il suo animale guida). Per quasi vent’anni ha abitato le montagne ossolane in una solitudine radicale, spogliandosi di ogni bene materiale e scegliendo di muoversi a piedi nudi tra rocce e sentieri impervi, in una ricerca di purezza che è stata prima di tutto ricerca di sé.
Il documentario procede attraverso un susseguirsi di filmati di natura molto diversa, a tratti “artigianali”, ma che si giovano di un ritrovamento eccezionale, come dicono i registi stessi: “le riprese effettuate dallo stesso protagonista con una piccola telecamera, che offrono una prospettiva intima e inedita sulla sua vita “selvaggia”. Queste immagini, cariche di una bellezza primitiva, restituiscono lo sguardo diretto del protagonista sulla valle e sulle stagioni”.
Apprezzabile, e particolarmente riuscita, la scelta di non costruire un’agiografia di un novello santo eremita, ma di presentare Gianfry attraverso le molte testimonianze dei valligiani che lo hanno davvero conosciuto, prima e dopo la sua scelta radicale. Ne nasce un ritratto sfaccettato, che intercetta in maniera inequivocabile il disagio del protagonista – e le conseguenze di questo disagio – ma allo stesso tempo esalta la sua rinascita interiore, come se avesse trovato finalmente il suo posto nel mondo.
Così, al fascino che una scelta tanto estrema può suscitare nei “cittadini”, su cui il mito dell’homo silvaticus come uomo libero dalla schiavitù della civiltà ha sempre forte presa, si contrappone la concretezza di chi in montagna vive e deve strappare dalla terra il proprio pane, come pastori e boscaioli, per i quali le scelte di Gianfry risultano folli e impossibili da condividere.
Sullo sfondo di alcuni luoghi iconici della Val Grande – come i bivacchi di Scaredi, bellissimo sommerso dalla neve, Vald, Velina o i panorami che si offrono improvvisi e abbaglianti al camminatore – la vita di Gianfry, la sua rinuncia a tutto in nome della libertà, la sua morte “stupida” (ingerisce volontariamente una sostanza trovata in un bivacco, che poi si scoprirà essere stricnina, forse pensando di essere ormai immune a qualsiasi veleno) le immagini corrono, il tempo del documentario vola, lasciandoci alla fine con molte più domande che risposte.
Prof. Gip. Barbatus
