Lungo l’asse del lupo con Sylvain Tesson

“Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita”, sostiene Sylvain Tesson mentre, sdraiato su una coperta delle ferrovie russe, misura passo dopo passo, lentamente e in solitudine, quanto è costato ai naufraghi del secolo rosso, ai banditi degli anni d’acciaio, attraversare le grandi terre dell’Asia centrale per approdare alle coste della libertà.

Seguendo questo folle progetto, nel maggio del 2004 Sylvain Tesson è partito a piedi dalla Jacuzia, nel cuore della Siberia, sulle tracce dello zek Slavomir Rawicz, l’ufficiale polacco che nel 1941 sostenne di essere fuggito da un campo di prigionia siberiano raggiungendo l’India.

Nove infiniti mesi a piedi, a cavallo, in bicicletta, che diventano anche un pellegrinaggio nella memoria del secolo breve, il Novecento, sulle orme di coloro che sfidarono la morte pur di non rinunciare alla libertà e alla dignità di uomo.

Gli zeks, gli evasi, appartengono a quell’umanità rara, fatta di emarginati e viaggiatori con i quali, proprio come i monaci-mendicanti, i trovatori, i viaggiatori, gli hobos o beatnik, gli eremiti delle taighe, i long raiders, gli esploratori dei boschi, i vagabondi, Wanderer o Waldgänger, Tesson vive in grande consonanza intellettuale, per i quali viaggiare e spostarsi a piedi è il senso stesso della vita, non una semplice parentesi.

“Cammino, questo so fare”, è costretto ad ammettere a sé stesso Tesson, dedicando un pensiero a un luogo, a una persona incontrata o semplicemente emersa nei ricordi.

Percorrendo “l’asse del lupo” (oggi riproposto in una nuova e curata edizione da Piano B edizioni) descritto nelle sue memorie da Rawicz, attraverso taighe interminabili, steppe bruciate dal vento, deserti dai colori spettrali come il Gobi e passi e vette himalayane, Tesson affronta le proprie paure – concrete come i ragni e gli orsi – e i propri demoni interiori, cercando di ignorare il dolore che a tratti rischia di travolgerlo (e che lo terrà fermo alcune settimane).

Misurando le giornate in chilometri, da colmare di passi che si succedono uno dopo l’altro, accompagnandosi a novelli schiavi e fuggitivi come i cinesi che costruiscono la ferrovia verso il Tibet affogando la propria vita nell’alcool o i monaci buddisti che “disprezzano le contingenze, barcollano nei loro stracci e si affidano semplicemente al cielo”, Tesson ci consente di conoscere cosa significhi essere russi (e implicitamente ci offre una chiave di lettura del conflitto ucraino-russo), ci porta nel cuore della vexata quaestio cino-tibetana, ci fa toccare con mano il rapporto diverso che hanno con la propria terra i diversi popoli del deserto e della terra fertile, ci fa intimamente conoscere il significato di confine.

Sempre guardando avanti, senza mai neppure considerare l’ipotesi di rinunciare, senza mai avvertire non solo l’esigenza ma nemmeno un fuggevole desiderio di ritornare: “Ritornare è l’ultima cosa che vorrei fare”, gli dice incrociando il suo cammino in Tibet senza esitare Priscilla Telmon, altra straordinaria viaggiatrice reduce da mesi di cammino dal Vietnam al Tibet sulle orme di Alexandra David Neel.

Perché – almeno per alcuni di noi – la libertà è soprattutto volontà e nessuna frontiera, nessun regime, nessuna barriera naturale o artificiale potranno mai incatenare l’anima di un uomo libero. Sylvain Tesson ancora una volta ce ne offre un sublime esempio e ce ne ricorda l’importanza.

Prof. Gip. Barbatus

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