Per gli appassionati di fauna e flora, in particolar modo montana, ma anche per chi semplicemente frequenta la montagna, gli effetti del cambiamento climatico sono purtroppo una realtà evidente e incontrovertibile. Negli ultimi anni, soprattutto, tutto sta cambiando e ad una velocità impensabile. È così per noi, è così tanto più per animali e piante. Prima se ne prenderà pienamente coscienza, prima si potranno cercare risposte efficaci. Per tentare di andare a fondo su un argomento tanto delicato, ne abbiamo parlato con Chiara Bettega, ricercatrice, ornitologa, collaboratrice del MUSE (Museo delle scienze di Trento), del quotidiano online l’Altramontagna, e autrice del recente “Salire per sopravvivere. Gli ecosistemi montani alla prova della crisi climatica” (People, 2026).
Ciao Chiara, raccontaci chi sei e soprattutto raccontaci cosa fa nella vita un’ornitologa specializzata in avifauna montana.

Chiara Bettega
Sono naturalista di formazione, con un dottorato in biologia che ho conseguito presso l’Università di Oviedo (Spagna) nel 2021. La passione per gli uccelli è iniziata con il lavoro per la tesi di laurea in Scienze Naturali nel lontano 2004 e da allora è cresciuta, diventando il mio principale settore di attività. Mi occupo di avifauna montana dal 2016, quando iniziai a collaborare ad un progetto di ricerca sul fringuello alpino in Spagna, nella Cordigliera Cantabrica, e da allora mi occupo sia degli uccelli d’alta quota (fringuello alpino in particolare) che degli uccelli forestali. Nello specifico, insieme ai miei colleghi cerchiamo di comprendere come i cambiamenti ambientali e climatici stiano influenzando gli uccelli di montagna. Si tratta di un lavoro molto stimolante e vario, che alterna periodi sul campo per la raccolta dati all’altrettanto necessario lavoro al computer, in cui si analizzano i dati raccolti, si lavora alla pubblicazione dei risultati su riviste scientifiche, ma si cerca anche di divulgarli ai non addetti ai lavori. Ad esempio scrivendo un libro!
“Salire per sopravvivere”, raccontaci di cosa parla il tuo libro.
Si tratta di un viaggio in salita, in cui accompagno il lettore a scoprire la “scala mobile per l’estinzione”, ovvero la migrazione verticale delle specie che vivono in montagna, in risposta al cambiamento climatico. Un viaggio quindi che parte dai boschi misti di media montagna, entra nelle foreste di conifere, uscendo poi nella luce accecante delle praterie alpine, per passare nella fascia degli ambienti rocciosi e poi in quella nivale dei ghiacciai, per arrivare infine sulla cima. In ognuno di questi ambienti scopriremo, attraverso una specie animale caratteristica, le diverse sfaccettature di questi mutamenti in atto.

Tra gli esempi che porti, fai spesso riferimento ad animali, relitti glaciali, come la pernice (Lagopus muta), straordinari esempi di tempi che non esistono più e protagonisti di una sfida impossibile, la sopravvivenza.
Diverse specie che abitano le montagne, tra cui appunto la pernice bianca, ma anche la civetta capogrosso, altro protagonista del libro, sono relitti glaciali, ovvero animali (ma esempi di relitti glaciali esistono anche tra le piante) adattati ad ambienti freddi che, durante l’ultima glaciazione avvenuta tra 100 mila e 12 mila anni fa, si espansero in gran parte dell’emisfero settentrionale. Nel periodo post-glaciale, con la ritirata dei ghiacciai e l’aumento delle temperature, gli habitat ottimali di queste specie si ridussero drasticamente, costringendole a migrare verso nord o a stabilirsi in ambienti rifugio costituiti proprio dalle catene montuose… catene che oggi si stanno riscaldando più velocemente rispetto alle pianure, minacciando quindi i relitti glaciali e molte altre specie, soprattutto d’alta quota, adattate alle basse temperature.

Possiamo prendere la salamandra di Aurora (Salamandra atra aurorae), con il suo areale limitatissimo (ma così meravigliosamente intriso di memorie di Mario Rigoni Stern), come simbolo per eccellenza di resistenza al cambiamento e di resilienza?
In effetti questo piccolo anfibio dall’areale piccolissimo, dalla scarsa mobilità e dall’elevata specificità ecologica per il momento resiste. I boschi in cui vive sono stati sconvolti, nel 2018, dalla tempesta Vaia, che ha avuto un impatto pesante sul suo habitat. Inoltre, le temperature in aumento e le possibili variazioni nelle precipitazioni potrebbero ridurre ulteriormente l’area con condizioni ottimali per questa specie, che tuttavia riserva sempre nuove sorprese. È infatti recentissima la scoperta di una probabile popolazione in Val di Sella, a poco più di due chilometri dalla localizzazione conosciuta più vicina, in un habitat considerato atipico per la specie.
Tra le pagine del tuo libro torna spesso la parola “complessità”, una parola scomoda, fuori moda, eppure fondamentale.
Si, viviamo in un’epoca in cui tutto viene semplificato all’estremo, nella convinzione di rendere così le cose più comprensibili. In realtà le stiamo rendendo banali. Tuttavia in ecologia, per capire le relazioni che intercorrono tra le specie, e gli effetti di un clima che cambia o delle attività umane sugli ecosistemi, dobbiamo necessariamente confrontarci con la complessità.
La complessità non è complicata, piuttosto è arricchente, stimolante. Ci fa rimanere a bocca aperta. Se la banalizzo perché così vuole la moderna comunicazione, che cosa mi resta? Questo vale anche per qualsiasi altro ambito scientifico, non solo per l’ecologia. La sfida per chi fa divulgazione scientifica è proprio quella di tradurre la complessità in un linguaggio comprensibile a tutti, evitando però la moderna trappola della banalizzazione “acchiappa like”.

Chiara con un fringuello alpino, uno dei protagonisti del libro
“In montagna si cammina in silenzio, ci si immerge così nella propria personale interpretazione dell’atto del camminare”. Quanto avremmo bisogno di questo, invece che di panchine giganti, funivie e rifugi gourmet! Per ripensare interamente il nostro modo di vivere e la nostra impronta ecologica!
Quante volte sentiamo parlare di iniziative per “valorizzare la montagna”! Ma la montagna non ha bisogno di essere valorizzata, ha già in sé tutti gli ingredienti per avere un valore inestimabile. Il problema è nostro, nell’inseguire anche in montagna i modelli che abbiamo costruito nelle città. Ciò non significa aspirare ad una montagna incontaminata. L’uomo abita le montagne da millenni, e su di esse ha lasciato chiare impronte. Significa piuttosto ripensare all’impronta che oggi lasciamo sui territori montani. Si possono avere normali panchine per il riposo invece delle giganti panchine per le foto facilmente instagrammabili (e altrettanto facilmente dimenticabili). Benvenuti i rifugi per essere accolti e rifocillati dopo il cammino; che montagna è invece quella in cui il rifugista ci serve le aragoste?
Ecco, facciamo l’esercizio di impare a scoprire il valore intrinseco della montagna; un esercizio che presuppone un approccio lento, e la voglia di fermarsi a guardare (e sentire).
Raccontaci infine il “Progetto L’Altramontagna”, il tentativo di “vedere la montagna con altri occhi”.
L’Altramontagna è sia un quotidiano online che un presidio culturale permanente, composto da un gruppo di personalità legate al mondo della montagna, della ricerca scientifica, delle scienze umane e dell’impegno civile. Attraverso il quotidiano online, nonché una serie di attività collaterali come progetti editoriali e culturali e la realizzazione di video-documentari, L’Altramontagna cerca di promuovere la complessità (ecco di nuovo questa parola “magica”) della montagna italiana, riconoscendosi in un Manifesto di intenti .
Tra le iniziative per approfondire i contenuti sviluppati nel quotidiano online, rientra anche la collana L’Altramontagna, curata da Marco Albino Ferrari e Mauro Varotto e edita da People, di cui “Salire per sopravvivere” è il quarto libro.
Prof. Gip. Barbatus
