Fotoracconti – Osservando le civette nelle campagne toscane

Ricordo con emozione il primo casuale incontro con un esemplare di civetta: ci siamo osservati per alcuni interminabili secondi, io incantato da due penetranti occhi gialli, lei sorpresa da uno strano “uomo cespuglio” appostato in una gelida mattina di metà autunno. Non ero pronto per questa visita, ho attivato l’otturatore in modo inconsapevole, il rumore non ha destato tanto allarme nella mia nuova amica (ricontrollando i dati di scatto, la sua permanenza in quell’angolo di Toscana è stata di 5 minuti, tempo considerevole visto l’approssimativo camuffamento ottenuto con una semplice rete mimetica). D’altronde ogni appassionato di natura può raccontare qualche aneddoto strano e divertente.

Ogni tanto riguardo quegli scatti, tecnicamente non memorabili ma, come potete immaginare, sono fotografie a cui tengo molto. Da allora gli strigiformi, e in particolar modo la civetta (Athene noctua), hanno generato in me una curiosità che ancora oggi fatico a colmare. 

La relazione con le attività umane, lo stato della specie, ma soprattutto l’idea nell’immaginario collettivo, molto differente a seconda del luogo e delle epoche, sono le prime domande nate da quel primo incontro. Oltre a questo, osservare vicino casa certe situazioni naturali, anche se lontane dalla mia percezione umana, ha cambiato il modo di relazionarmi con l’ambiente circostante. Sicuramente oggi quando vedo un rudere oppure un campo incolto, non vedo più qualcosa di decadente o improduttivo, bensì posti fantastici dove la natura più o meno timidamente cerca di riprendere i propri spazi. 

Per fortuna vivo un piccolo paesino nella provincia di Livorno, tra il salmastro del mare e le dolci e rassicuranti colline Toscane, ambiente dove non manca di certo la presenza di civette, quindi canti e segnali della loro frequentazione (fatte, borre e piume), mi hanno reso semplice l’individuazione dei vari esemplari e dei loro rispettivi areali di nidificazione, piuttosto elevati per una specie estremamente territoriale. Questo è quasi certamente possibile per la natura di questi luoghi paludosi, bonificati a più riprese, i quali offrono una grande quantità di prede e quindi bassi conflitti territoriali. Incredibili sono, ad esempio, le quantità di grillotalpa che una coppia riesce a fornire alle fameliche bocche della propria prole. Oltre alle classiche prede, micromammiferi, piccoli rettili ed insetti, sono rimasto letteralmente a bocca aperta quando attraverso la lente dell’obiettivo è comparsa una biscia d’acqua oppure un balestruccio.

Come tutti i rapaci notturni, ha caratteristiche morfologiche molto particolari e specialistiche, tanto da essere considerati predatori notevolmente evoluti. Grandi ed asimmetriche cavità auricolari amplificano i decibel di ignare prede anche in un fitto ed intricato prato erboso. Questa asimmetria, che può sembrare una malformazione genetica se si osserva il cranio di uno strigide in generale, in realtà permette di percepire i suoni con frazioni di tempo diverse, consentendo di avere le coordinate precise del futuro pasto. Questo super udito viene implementato dall’head-bobbing, movimenti longitudinali e trasversali della testa per captare meglio i suoni.

La vista accurata consente di volare abilmente ed in modo sicuro nel buio, membrane nittitanti proteggono i due grandi occhi disposti frontalmente nei momenti concitati della caccia; singolare è la grande dilatazione della pupilla che rapidamente si adatta alle varie situazioni di luce.

Il becco potente, nascosto in parte dalle caratteristiche piume che assomigliano a dei baffetti, garantisce una salda presa sulla preda durante il volo. Le zampe hanno la particolarità di consentire al terzo dito di affiancare il quarto, una morsa abile anche con piccole prede come gli insetti. Gli artigli lunghi ed affilati penetrano in profondità nella carne della preda, uccidendo molto spesso sul colpo.

Il volo radente (purtroppo spesso causa di mortalità per l’impatto con i veicoli) alterna planate e ripetuti batter d’ali ed è privo di rumore grazie alla particolare conformazione delle piume e delle penne. Al microscopio è possibile vedere dei piccolissimi uncini ai margini delle penne, essi hanno la funzione di spezzare le onde sonore.

Silhouette inconfondibile al tramonto, il maschio appostato su qualche posatoio delimita il territorio di nidificazione con il suo canto, suono familiare in questi paesaggi rurali nel tardo inverno. I vocalizzi sono circa una quarantina, ed alcuni possono essere confusi con i richiami di altri animali. In estate, al crepuscolo iniziano i richiami striduli di affamati pulli con ancora segnali del piumino infantile tendente al grigio. Sono ancora lontani i colori del piumaggio adulto, castano e puntellato di macchie color panna.

In aggiunta alla ricerca diretta sul campo, importante è stato il confronto con alcuni ornitologi e naturalisti che condividono con me la passione verso il mondo dei rapaci notturni; con molti siamo diventati amici e la preziosa condivisione delle loro conoscenze mi ha aiutato molto, soprattutto per affrontare i problemi o le situazioni che sul momento non riuscivo a comprendere a pieno. Molte specie animali si prestano a una visione a 360° su aspetti non solo di carattere naturale, ma anche storico culturale, e una di queste è proprio la nostra civetta. Presente nella mitologia Greca, compagna fidata della dea Atena, è amata ed onorata nella penisola ellenica, tanto da riservarle un posto d’onore nella moneta da un euro. In greco antico il nome della civetta è glàux, derivante da glaukòs, che significa lucente o meglio ancora brillante, capace di vedere nella notte, simbolicamente in grado di sconfiggere le tenebre dell’ignoranza.

Ignoranza, credenze e superstizione accompagnano in epoche poco illuminate la visione dell’uomo verso gli strigiformi, termine che indica la famiglia dei rapaci notturni di cui la civetta fa parte. Strigiforme significa letteralmente “sembianze da strega”, in netta contrapposizione con la cultura classica, dove occhi e becco stilizzati sono rappresentati dalla lettera Φ, simbolo nell’alfabeto greco della filosofia, della bellezza e dell’armonia. Mi piace più questa rappresentazione ed anche se è sbagliato umanizzare i meccanismi naturali, spiare dal buco della “serratura” il vissuto di questi animali porta a rimanere affascinati e stupiti per come la natura si manifesta anche a due passi da casa, con difficoltà sicuramente, ma anche resilienza.

Testo e foto di Andrea Daina Palermo
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