I guerrieri che camminano sulla Luna: coi rinoceronti neri nel Parco Etosha

Animal Target: Rinoceronti neri, zebre, leoni, giraffe – Periodo: agosto

etosha mapNon avevo mai pensato di poter amare il deserto prima di finirci dentro quasi per caso. Perché per definizione nel deserto non c’è nulla, non c’è vita ed il tempo sembra non passare mai; ma mi sbagliavo. Nella mia testa la Namibia doveva essere “solo una tappa” di avvicinamento al rigoglioso e vitale Sudafrica, non mi ero documentato a dovere forse, ma si è rivelato alla fine una straordinaria scoperta.

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Dicevamo del deserto, perché la Namibia è “Il Deserto” e il viaggio di avvicinamento al famoso Ethosha National Park (che nella lingua dell’etnia Ovambo significa “Luogo Bianco”) vale quasi come la visita stessa al parco ed è un alternarsi di deserti sabbiosi, di rocce, pianure costellate da alberi faretra e alberi del mopane, montagne imponenti che sembrano appoggiate lì da un architetto visionario .

Siamo risaliti dal Parco del Kalahari (di cui parleremo prossimamente) partendo prima ancora da Johannesburg dove è atterrato il nostro volo aereo e abbiamo noleggiato la vettura per percorrere queste infinite strade dritte che sulla mappa sono segnalate come statali; da buon occidentale ci si aspetta delle lunghe autostrade ma sono invece grossi sentieri di terra, sabbia e sassi in cui la velocità non può esistere e il deserto detta i suoi tempi; non abbiamo un fuoristrada ma una Polo (la jeep non stava nel nostro portafogli!) quindi si viaggia con lo sguardo fisso e attento ad evitare rocce troppo grosse per i nostri pneumatici.

Non c’è nessuno, nel vero senso della parola ma il deserto però a poco a poco svela la sua infinita riserva di vita e cominciamo a notare in lontananza orici, avvoltoi, qualche sciacallo. In cima vecchi piloni in legno che portano presumibilmente la corrente o le linee del telefono spiccano delle enormi balle di fieno messe lì da chissà chi o cosa; sono le abitazioni, o meglio i palazzi di centinaia di uccelli tessitori, incredibili ingegneri del mondo dei volatili. E’ un paesaggio quasi surreale.

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Tenace, prudente, paziente, lo sciacallo è quasi un compagno di viaggio. Foto Ivan Vania

In Namibia di notte non si guida, è pericoloso, più che per il buio che avvolge ogni cosa per il rischio appunto di vedersi attraversare all’improvviso la strada da un gruppo di facoceri, di sciacalli o di iene brune con il rischio di finire fuori strada e fare una fine spiacevole; in Namibia fai benzina anche se sei a metà serbatoio perché non sai mai quanto dovrai guidare nel nulla dopo una delle piccole cittadine che fioriscono lungo il viaggio; in Namibia il silenzio è immenso e l’occhio non trova l’orizzonte, in Namibia crescono piante anche se non piove.

Dopo due giorni di viaggio, una ruota forata(ma i gommisti non mancano!), e alcune tappe tra cui Windhoek, la vitale capitale, arriviamo alle porte dell’Ethosha, regno dei Boscimani, parco istituito nel 1907 quando la zona era una colonia tedesca. Il parco ospita come recita Wikipedia un centinaio di specie di mammiferi, più di 300 di uccelli, 110 di rettili e incredibile a dirsi 16 di anfibi e una specie di pesce! (il Pesce Polmonato suppongo).

Dopo le pratiche di registrazione e pagamento ci si reca ad uno dei sei lodge costruiti nelle sue vicinanze preventivamente prenotato dall’Italia. Sono dei piccoli villaggi con bar, ristorante, aree di svago, pozze d’acqua per l’avvistamento degli animali e minimarket.

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Lo spettacolo surreale del Pan. Foto Ivan Vania

Al mattino ci si sveglia all’alba e si punta verso l’Ethosha Pan una gigantesca depressione salina di 5000 metri quadrati che un tempo era un lago alimentato dal fiume Cunene.

Le strade bianche che percorrono il parco sono agevoli e ben segnalate e la vita del deserto che si era solo sfiorata lungo il viaggio qui esplode definitivamente in tutto il suo splendore: gnu, sprinkbok, zebre, giraffe, aquile, serpentari (che uccello incredibile!)…

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La bellezza ipnotica delle zebre che si abbeverano. Foto Ivan Vania

Sulle mappe del parco (compratene assolutamente una) sono segnalate inoltre tutte le pozze dove si abbeverano gli animali, sono più di un’ottantina; molto frequenti gli avvistamenti segnalati in quelle di Ondongab, Aus (spesso frequentata da elefanti), Goas, Okerfontein, Okondeka, nella pozza del lodge di Halali, Chudop, Klein Namutoni (nota per i leoni verso sera), Ombika e la coreografica Kalkhewei; è chiaro che la fortuna conta e che gli animali cambiano abitudini quindi è utile chiedere informazioni e confrontarsi con gli altri turisti che incontrerete di volta in volta. Spesso ci sono orari differenti di visita da parte della fauna per ogni pozza!

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Un leone all’alba. Foto Ivan Vania

E proprio nel primo degli abbeveratoi che incontriamo di prima mattina un gruppo di 6 leoni, una visione decisamente emozionante oltre che non scontata visto che sono solo qualche centinaio in tutto l’immenso areale. Lungo i vari tragitti che si snodano nel parco si alternano momenti di quiete e avvistamenti improvvisi come quelle di 4 imponenti elefanti (è l’unico animale che può seriamente competere uscendone vincitore con la scatola di ferro in cui siete seduti quindi è meglio non avvicinarvisi troppo per la sua e per la vostra salute) e pochi km dopo una famiglia di stupendi rinoceronti bianchi.

Arrivati nei pressi del Pan lo spettacolo è decisamente intenso: un’ immensa pianura bianca e brillante che odora di lotta per la vita, un paesaggio duro, eroso dal sole in cui ci si aspetterebbe ancora una volta di non trovare tracce animali ma ancora una volta inaspettatamente pochi minuti più tardi rimaniamo stupiti da un fiorire di fauna dispersa in piccoli gruppi con struzzi, otarde di Kori, elefanti, imponenti kudu, impala a perdita d’occhio, zebre, facoceri… più avanti nei pressi di una piccola pozza due leonesse attendono immobili nascoste dal bush l’arrivo di prede e, scovate dal binocolo, due manguste gialle osservano attente la pianura nei pressi della tana.

Fa caldo certo, ma è sostenibile questo agosto africano (lì è inverno) e seduti nell’abitacolo pare di essere i co-protagonisti di un documentario.

All’ombra di un’acacia si “rinfrescano” due orici e tre esemplari di alcelafo rosso (Alcelaphus buselaphus caama) una particolarissima antilope con il lungo muso attraversato da una fascia scura come una maschera; più avanti percorrendo la strada che si lascia a sinistra il Pan decine di struzzi con il loro aspetto da creature presistoriche, gnu e antilopi.

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Una rinfrescata al tramonto. Foto Ivan Vania

Prima del calar del sole, di ritorno al lodge (è tassativo rientrare all’ora stabilita dai regolamenti del parco, pena multe salate nonché rischi inutili) incrociamo uno stupendo rinoceronte nero, specie inserita nella lista rossa IUCN delle specie seriamente minacciate di estinzione a causa soprattutto del bracconaggio crudele e selvaggio. Tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90 si stima che più del 90% di questi fantastici e possenti erbivori siano stati sterminati per il mercato illegale del corno usato nella medicina tradizionale in Cina, per farne pugnali in medio-oriente o per l’esposizione di macabri trofei in occidente.

Per la precisione è un Rinoceronte nero sud-occidentale o rinoceronte del deserto (Diceros bicornis bicornis) una sottospecie che vive in Namibia e che fortunatamente pur essendo sempre a rischio, grazie agli sforzi del parco e del governo, ha avuto negli ultimi dieci anni un piccolissimo incremento nel numero di individui, a differenza del “fratello”, il Rinoceronte nero occidentale (Diceros bicornis longipes) che abitava il Camerun e dichiarato definitivamente estinto nel 2011 per la follia dell’uomo.

Sono degli animali bellissimi, tendenzialmente solitari, più piccoli dei rinoceronti bianchi ma con un qualcosa di ancor più selvaggio se possibile nell’incedere, più nervoso e muscolare; lui avverte la nostra presenza e si gira a scrutarci.

Oltre che per la stazza si riescono a distinguere dai cugini essenzialmente per la bocca: mentre il bianco ha una bocca squadrata, piatta e un muso allungato rivolto in basso per brucare l’erba, il nero nutrendosi invece di piante, foglie e arbusti ha un labbro superiore più “uncinato”, leggermente prominente e la testa che punta più all’orizzonte per avere modo di strappare il cibo più agevolmente. Presenta solitamente una schiena più armoniosa rispetto al bianco che ha delle gobbe alla base del collo e a metà schiena molto più pronunciate.

Per non disturbarlo ulteriormente accostiamo qualche centinaio di metri prima della sua posizione, ma, anche a distanza, sembra di avvertire l’energia esplosiva che ha sotto la pelle spessa, il corpo massiccio, il corno affilato; è come essere al cospetto di un guerriero a cui la guerra è stata imposta. Ci osserva per qualche minuto, sa che non siamo un pericolo credo ma vuole esserne certo; più che ci osserva forse è meglio dire che ci fiuta e ci ascolta visto che non ci vede molto bene.

Ahimè la mia macchina fotografica è scarica, Ivan con la sua Canon è sull’altra vettura rimasta indietro… rubo uno scatto con il cellulare, cosa che mi imbarazza alquanto, l’animale si meriterebbe più qualità.

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Il mio primo Rinoceronte Nero…

Per non stressarlo, dicevamo, è buona cosa non avvicinarvisi troppo, il rinoceronte nero è più una testa calda rispetto al rinoceronte bianco e se infatti fiuta odori a lui non consoni, per paura, complice la vista pessima, potrebbe anche decidere di caricare alla cieca (letteralmente) e sarebbero 1000 kg di muscoli lanciati a 60 all’ora contro una Polo, meglio di no ; anche se è abbastanza raro e le cariche sono di solito intimidatorie.

Oltre ad annusare nella nostra direzione però non mostra nessun segno di nervosismo visibile e, mentre le ombre si allungano e il sole si abbassa, rimaniamo a godere di questo spettacolo per qualche minuto finché non decide di trotterellare via con agilità insospettabile sparendo nella pianura lunare.

E’ un avvistamento prezioso, emozionante e che ci mette, deposta la naturale gioia iniziale, di fronte ad una serie di riflessioni importanti sull’equilibrio di ecosistemi fragili e affascinanti.

Il Parco dell’Etosha è un luogo che forse non avrà, per fare degli esempi, il magnetismo di un Masai Mara o la vitalità incredibile del Krueger ma ha un’anima unica e irripetibile, lenta e quasi delicata nella sua durezza nella quale bisogna soffermarsi per alcuni giorni e capirne la dimensione.

E poi tutt’intorno c’è l’immensa Namibia coi suoi deserti e la sua fauna particolare, un luogo che vale la pena visitare almeno una volta nella vita; è un viaggio quasi mistico da preparare con attenzione ma che può intraprendere chiunque a patto di essere disposti a spendere qualche migliaio di euro (ma ultimamente i voli per Johannesburg si trovano a prezzi veramente competitivi). Poi per il resto vi basta una discreta dose di adattamento ai forti cambi di temperatura tra giorno e notte, pazienza, rispetto, tanta acqua, un binocolo, una macchinetta fotografica (ovvio una reflex con teleobiettivo è meglio ma gli animali spesso sono così vicini che il ricordo lo porterete a casa comunque) e il fascino di questa immensa terra desolata ma fiorente al tempo stesso sarà alla vostra portata.

Consigli utili per la Namibia:

-Nei periodi estivi(europei) non è necessaria profilassi antimalarica ad esclusione delle zone a nord nei pressi delle Epupa Falls.

-E’ buona cosa prenotare sempre dall’Italia con anticipo gli alloggi nei pressi dei parchi

-E’ ovviamente consigliato noleggiare un fuoristrada ma francamente con un’utilitaria e molta attenzione quasi tutta la Namibia è agevolmente percorribile

-I cittadini italiani devono avere un passaporto con validità di almeno 6 mesi oltre la data di rientro. Per soggiorni inferiori ai 3 mesi non è richiesto nessun visto.

-In Namibia si guida a sinistra (vi ci abituerete)

-Fate benzina spesso e volentieri e ricordatevi che a differenza di hotel e ristoranti spesso i benzinai non accettano carte di credito

-Nei parchi il limite tassativo è 60km orari ma è consigliato anche andare molto più piano, è vietato scendere dalla vettura se non nelle piccole aree attrezzate (lì potete fare pipì), fumare, spostarsi dopo il calar del sole se non con visite guidate e disturbare in qualsiasi modo gli animali.

-E’ scontato ma lo dico lo stesso che è vietato dare cibo agli animali: interferire con l’ecosistema e perdere un braccio nello stesso momento non è una buona idea

-Come detto nella vettura  siete completamente al sicuro (elefanti esclusi!) ma questo non vi dispensa dall’avere sempre una soglia di attenzione alta anche per l’incolumità degli animali stessi.

-Per le prese di corrente è necessario un adattatore

– La birra namibiana è eccellente

Contatti: info@etoshanationalpark.co.zahttp://www.etoshanationalpark.co.za

Delmiele Tasso

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2 commenti

  1. […] L’ultimo  documentario invece è decisamente più leggero, pensato anche per un pubblico di bambini ma comunque molto interessante. Si intitola “Giraffe” (“Up High and Personal“) di Herbert Ostwald e parla appunto di giraffe, semplicemente. Tutti sanno cos’è una giraffa, complice l’aspetto buffo e insolito ma in pochi ne conoscono le straordinarie abilità, la complessa socialità e gli inaspettati segreti. Con piglio simpatico (inizia con le problematiche dei cameraman nell’inquadrare interamente un animale così alto) si indaga sulla vita di questi giganti passando da Kenya, Sudafrica e dall’inospitale quanto incredibile Namibia (di cui abbiamo parlato in un post). […]

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