I gatti selvatici più rari del mondo

Quando pensiamo ai felini, inevitabilmente pensiamo ai “grandi felini”, chiamati anche panterini perché appartenenti al genere Panthera (leoni, tigri, giaguari, leopardi…). Altrettanto affascinanti, però, e spesso decisamente più elusivi, sono i piccoli felini del genere Felis, i gatti (così elusivi che non a caso le foto riprodotte in questo articolo sono quasi tutte scattate in strutture protette, non in natura). Grandi e piccoli felini hanno tante affinità ma non sono identici, e non è solo una questione di “taglia”: la differenza più evidente è che i piccoli felini, che hanno un osso chiamato ioide alla base della lingua, possono fare le fusa ma non ruggire; al contrario i grandi felini, con una cartilagine flessibile al posto dell’osso, possono ruggire ma non fare le fusa. Altra differenza è che la pupilla dei piccoli felini ha un taglio verticale, mentre i grandi felini tendono ad avere tagli ovali o rotondi (esistono delle eccezioni: il leopardo delle nevi, ad esempio, è classificato tra i grandi felini, ma non ruggisce e si ciba stando rannicchiato al pari dei piccoli felini).

Purtroppo i piccoli felini sono talvolta anche più minacciati dei grandi felini (e non godono nemmeno dell'”effetto ombrello” come i panda e i grandi felini, decisamente più iconici e attrattivi, anche in termini di raccolta fondi): habitat sempre più compromessi, diminuzioni delle prede in natura, bracconaggio e caccia, superstizioni legate alla medicina tradizionale: la situazione è davvero critica.

Ma quali sono i gatti selvatici più rari del mondo?

Gatto delle Ande

Non possiamo che partire dal gatto delle Ande (Leopardus jacobita) il felino più minacciato d’America, al punto che quattro nazioni – Argentina, Bolivia, Cile e Perù – hanno stretto accordi sovranazionali di tutela Ne rimangono pochissimi esemplari e l’ultimo avvistamento verificato risale al gennaio del 2020, dopo che il piccolo felino non aveva dato segni di sé per 12 anni. Delle dimensioni di un grosso gatto domestico, di corporatura robusta, arti spessi e grosse zampe, ha muso poco segnato, a parte le striature scure sotto le tempie e sulle guance, e presenta un’espressione caratteristica. La coda è lunga, ricoperta di una pelliccia molto densa. La folta pelliccia è di colore grigio-argenteo chiaro, con grandi macchie ruggine sul corpo e più scure, fino a un intenso bruno-grigiastro, su faccia, petto e arti. La coda è contraddistinta da 5-10 spesse bande color ruggine che verso la punta diventano coppie di anelli marrone scuro con centro rossiccio. Il gatto delle Ande si confonde facilmente con il gatto delle Pampas, con cui condivide gran parte dell’areale. Il gatto delle Pampas è generalmente più maculato, non ha la coda lunga e folta del gatto delle Ande e ha un naso rosa o rossastro, mentre quello del gatto delle Ande è scuro. Il suo nome scientifico, Leopardus jacobita ha una storia tutta italiana: si deve infatti alla moglie dell’antropologo italiano Paolo Mantegazza, trasferitosi in Argentina, dove conobbe Jacoba, a cui fu “intitolato” l’elusivo gatto selvatico.

Il gatto delle Ande (foto di Jim Sanderson)

Gatto di Pallas

Altrettanto a rischio il gatto di Pallas, dal nome dello studioso che lo individuò per primo (chi è Peter Simon Pallas? Ve lo abbiamo già raccontato qui!). Il suo nome scientifico, Otocolobus manul, deriva dal greco e significa “orecchie brutte”. Ma brutto proprio non è! Questo grosso felino (60 cm, a cui si aggiungono i 25 di coda), divenuto più conosciuto negli ultimi anni perché compare in alcuni fotogrammi nello straordinario documentario “La pantera delle nevi” di Vincent Munier, ha un’espressione inconfondibile. Il pelo è di color ocra con delle strisce verticali, a volte non visibili essendo la pelliccia molto spessa. Il colore, comunque, cambia al variare delle stagioni: d’inverno tende al grigio e più uniforme. Zampe corte, la parte posteriore piuttosto pronunciata, orecchie, tonde e basse, per alcuni ricorda un gufo. A differenza di altri felini, la pupilla, al momento di massima luminosità, si riduce a una piccola sfera anziché a una sottile linea verticale. Vive nelle zone fredde dell’Asia centrale, tra Cina, Mongolia, area himalayana, Iran, Russia, Medio Oriente, Tagikistan, Uzbekistan e Afghanistan dove, forse, si è già estinto.

Il gatto di Pallas (foto di Gitanes232)

Gatto pescatore

Decisamente massiccio di corporatura, il gatto pescatore o viverrino (Prionailurus viverrinus) ha una lunghezza tra i 70 e gli 80 cm e il suo peso può arrivare fino a 12 kg. Diffuso in Asia tropicale, tra Nepal, Pakistan, Birmania, Thailandia, Cina meridionale, Indocina, penisola malese e India, vive in ambienti paludosi e caccia nei corsi d’acqua – da qui il suo nome – cibandosi soprattutto di molluschi e pesci, che cattura dopo essersi accucciato sulla riva del corso d’acqua. Ha le zampe anteriori palmate per muoversi con agilità sui terreni acquitrinosi e le unghie non sono del tutto retrattili. Testa è allungata, con orecchie molto piccole e tonde, pelame, morbido e senza lucentezza, è grigio terreo, brunastro sul dorso, più chiaro sotto il ventre; è tutto punteggiato di piccole macchie nere, allungate, di varia grandezza e disposte in file longitudinali sul dorso e sui fianchi. La coda è, più o meno distintamente, inanellata.

Il gatto pescatore (foto di Kierran Palmer)

Gatto delle sabbie

Descritto come di straordinaria bellezza, il rarissimo gatto delle sabbie (Felis margarita, in onore di Jean-Auguste Margueritte, il militare francese a capo della spedizione nel corso della quale venne scoperto l’animale a metà Ottocento), è piccolo di taglia ma incredibilmente adatto a sopravvivere in condizioni estreme, nei climi desertici africani e asiatici. Può, infatti, rimanere per lunghi periodi senza bere e farsi bastare i liquidi che ricava dalle prede catturate, per lo più topi e piccoli rettili. La testa è piuttosto larga e le orecchie sono così distanziate tra loro che possono essere appiattite in senso orizzontale o addirittura rivolte verso il basso quando l’animale va a caccia. Il colore del mantello è giallo-sabbia chiaro su gran parte del corpo, con bande più chiare talvolta ben poco visibili e bianco su mento e regioni inferiori. Ne sono riconosciute sei sottospecie, generalmente le bande sono più evidenti nelle sottospecie africane. In inverno, il mantello può divenire molto folto, con peli che possono misurare 5,1 cm di lunghezza. Gli occhi sono grandi e di colore giallo-verdastro, mentre il naso è nero. Diversamente da altri felini asiatici e africani, il gatto delle sabbie presenta lunghi peli tra le dita. Questi creano una sorta di cuscino di pelliccia sopra le piante dei piedi, permettendo di isolarle quando l’animale si sposta sulla sabbia rovente. Gli artigli delle zampe posteriori sono piccoli e smussati; questa caratteristica, insieme alla pelliccia che ricopre le palme, rende molto difficile localizzare e seguire le sue impronte. Oltre alle grandi orecchie, l’animale possiede anche bolle timpaniche insolitamente sviluppate, che gli conferiscono un ottimo senso dell’udito, utile probabilmente per percepire le vibrazioni sulla sabbia (simili adattamenti infatti sono presenti anche in altri animali del deserto, come il fennec (Vulpes zerda) che però è un canide).

Il gatto delle sabbie (foto di Tim Vickers)

Gatto dorato del Borneo

Rarissimo, quasi sconosciuto anche agli zoologi (e addirittura alle popolazioni locali), il gatto dorato del Borneo (Catopuma badia), detto anche gatto baio, conta circa 2500 esemplari viventi nelle fitte foreste del Borneo (habitat di incredibile complessità, scrigno unico di biodiversità). Il manto del gatto baio esiste in due forme differenti: una rossa e una grigia. Nonostante in passato si ritenesse che la forma rossa prevalesse su quella grigia, delle ricerche hanno dimostrato che non vi è nessuna fase dominante e che i due colori si possono trovare indifferentemente nello stesso gruppo di individui. Sul corpo si possono trovare alcune tracce di macchie. Il ventre è più chiaro, leggermente maculato. La parte inferiore della coda è caratterizzata da una lunga zona di colore biancastro che si estende dalla base al centro della coda. La testa è di forma arrotondata. Il rovescio delle orecchie, poste piuttosto in basso sul cranio, è grigio scuro e non presenta macchie bianche nel mezzo. Dall’angolo interno di ciascun occhio si diparte una sottile striscia che si allunga sulla fronte, mentre altre strisce poco visibili attraversano longitudinalmente le guance. In pericolo critico, la specie è stata inclusa nel programma Bornean Wild Cat and Clouded Leopard Project.

Il gatto del Borneo (foto di Jim Sanderson)

Gatto dalla testa piatta

Il gatto dalla testa piatta (Prionailurus planiceps) è strettamente imparentato con il gatto pescatore, con il quale condivide l’areale. Anch’esso a rischio estinzione – si stima che ne rimangano poco più di 2000 esemplari distribuiti tra Malesia, Thailandia, Sumatra e Borneo – è stato avvistato nei mesi scorsi (https://www.youtube.com/watch?v=pIoCfMuiANc) dopo anni di inutili tentativi che avevano fatto pensare addirittura all’estinzione. La sua caratteristica più evidente è la testa più allungata e schiacciata rispetto a quella degli altri felini, con la calotta cranica appiattita. Gli occhi, invece, sono ravvicinati e situati in avanti, mentre le zampe sono palmate per consentirgli di muoversi su terreni fangosi. Si ciba di pesci, rane e molluschi e può immergere la testa fino a 12 cm sotto la superficie dell’acqua per acchiappare le sue prede. La lunghezza va dai 42 ai 50 cm, mentre il peso oscilla tra 1,75 e 2,5 kg. Questa specie rischia di scomparire per sempre a causa delle piantagioni di biocombustibile, che hanno sostituito il suo habitat naturale, protetto dalla IUCN – Unione Internazionale di Conservazione della Natura.

Il gatto dalla testa piatta (foto di Jim Sanderson)

Gatto dai piedi neri

Diffuso in Namibia, Botswana e Sudafrica, il gatto dai piedi neri (Felis nigripes, nome derivante dal colore dei polpastrelli) è purtroppo l’ennesimo felide in via di estinzione. Il suo peso (inferiore ai 2 kg per le femmine, ai 3 kg per i maschi) ne fa il più piccolo felino africano (è soprannominato anche la “tigre dei formicai”). La pelliccia si presenta di colore oro fulvo con macchie nere o brune. Molto elegante, in apparenza innocuo, in realtà è uno straordinario cacciatore, spesso è considerato il predatore africano più letale (sorprendente velocità e perfetti adattamenti evolutivi fanno sì che in una sola notte riesca a catturare dai 10 ai 14 roditori e piccoli uccelli, con un “irreale” 60% di successo nelle predazioni – un leone, giusto per fare un esempio, ha una percentuale di successo inferiore al 20%).

Il gatto dai piedi neri (foto di Patrick Ch. Apfeld)

Gatto di Biet

Altamente elusivo e a rischio estinzione, il gatto di Biet (Felis bieti), conosciuto anche come gatto di montagna cinese o gatto dei Gobi, vive nella parte orientale dell’altopiano tibetano e in praterie e boscaglia in quota, tra i 2500 e i 5000 metri di altitudine. Questo felino dalla costituzione robusta (più grande di un gatto comune) è dotato di una spessa pelliccia di colore variabile tra il marrone e il grigio chiaro con macchie sfumate di colore più scuro. Solo le zampe anteriori, la faccia e la coda presentano delle striature nette. Le orecchie sono sormontate da un pennacchio di peli scuri. Si tratta di un felino solitario e notturno che caccia essenzialmente piccoli mammiferi quali pika e ratti talpa e trascorre il giorno riposando in una tana.

Il gatto di Biet (foto dello zoo di Shangai)

Gatto di Wied

E concludiamo con il gatto di Wied (Leopardus Wiedii), in onore del principe Massimiliano di Wied-Neuwied che per primo lo classificò in Brasile. Conosciuto anche come Margay, vive nel centro e sud America ed è a fortissimo rischio di estinzione soprattutto a causa della deforestazione. È un gatto piuttosto piccolo, non arriva ai 4 kg, ma molto agile. Vive quasi sempre sugli alberi, dove caccia uccelli, piccoli rettili e roditori. Le sue caviglie sono strutturate in modo tale da consentirgli di scendere dai tronchi a muso in giù e di saltare in verticale. Oltre che per il bellissimo mantello, chiazzato e disseminato di ocelli lunghi e irregolari, si distingue per la figura slanciata. Il corpo sottile, le lunghe zampe, la testa arrotondata e la coda, lunga e folta, lo rendono caratteristico. I suoi grandi occhi, dall’iride marrone scuro, hanno delle pupille ovali. Appena nati, e finché sono piccoli, questi felidi hanno pelame lanoso e morbidissimo, molto più pigmentato di quello degli adulti, tanto che un occhio inesperto rischia di confonderlo con l’ocelotto (Leopardus pardalis). In entrambe le specie i peli della nuca e del collo sono stranamente rivolti in avanti. I piedi del Margay, molto grandi, sono forniti di artigli aguzzi e lunghi.

Il Margay o gatto di Wied (foto di Supreet Sahoo)

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