Parassiti all’attacco!

Il parassitismo è un fenomeno molto diffuso in natura, tanto che gli scienziati non lo considerano un’eccezione ma una vera e propria norma biologica.

Ma cos’è il parassitismo? In biologia, è una strategia evolutiva in cui un organismo, detto parassita, vive a spese di un altro, chiamato ospite. A differenza di altre forme di simbiosi, come il mutualismo, questa relazione è strettamente asimmetrica: il parassita ottiene nutrienti e protezione necessari alla propria sopravvivenza, arrecando al contempo un danno biologico più o meno grave all’ospite. A differenza della predazione, in cui il predatore uccide la preda per nutrirsi, il parassita sfrutta le risorse vitali dell’ospite come nutrimento, protezione o energia, senza causarne la morte (o almeno non in modo immediato).

In natura esistono moltissime forme di parassitismo, classificate principalmente in base alla localizzazione del parassita: gli ectoparassiti, come le zecche o i pidocchi, vivono all’esterno del corpo dell’ospite, mentre gli endoparassiti, come le tenie o molti microrganismi, colonizzano dall’interno tessuti o organi. Esistono anche forme più complesse del fenomeno, come il parassitismo da cova tipico del cuculo, che affida la crescita dei propri piccoli a genitori di altre specie, o quello degli insetti parassitoidi come le vespe icneumonidi, che depongono le uova dentro bruchi o larve di altre specie affinché le loro larve, crescendo, possano nutrirsi dell’ospite dall’interno.

In questo articolo vi presenteremo, attraverso una rara documentazione fotografica, due straordinari esempi di parassitismo, quello della sanguisuga medicinale (Hirudo verbana) e del nematomorfo (la precisa indicazione della specie è estremamente complessa).

Sanguisuga medicinale

Il parassitismo della sanguisuga medicinale (Hirudo verbana, in foto sotto) è classificato come ectoparassitismo temporaneo ed ematofago. Ectoparassitismo perché la sanguisuga vive e si nutre all’esterno del corpo dell’ospite, attaccandosi alla cute di questo tramite ventose, temporaneo perché dura il tempo necessario al pasto (la sanguisuga poi si stacca spontaneamente e torna a vivere libera nell’ambiente acquatico), ematofago perché il pasto è costituito dal sangue dell’ospite, principalmente mammiferi, ma come vedremo nelle foto anche anfibi. Per facilitare questo processo, la saliva dell’Hirudo verbana contiene un potente cocktail di sostanze chimiche, tra cui l’irudina (un potente anticoagulante che da questa sanguisuga prende il nome), ed anestetici locali che rendono il morso indolore.

Hirudo verbana è la sanguisuga medicinale d’acqua dolce storicamente diffusa nell’Europa meridionale e centrale. Riconosciuta per la sua importanza terapeutica e scientifica, questa specie è protetta a livello internazionale e allevata in laboratori specializzati. In natura è diventata rara, sopravvive principalmente nell’Europa meridionale e orientale, con popolazioni frammentate che si estendono dalla penisola iberica fino alla Turchia e all’Uzbekistan. È considerata una specie a rischio, di conservazione prioritaria, a causa del declino degli habitat e dello sfruttamento passato ed è tutelata dalla Direttiva Habitat.

In Italia recenti monitoraggi hanno riscontrato l’esistenza di isolate popolazioni di Hirudo verbana soprattutto nell’Italia centro-meridionale e in Sicilia, malgrado una forte contrazione storica. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, da dove provengono queste foto, la specie è stata osservata solo in due siti vicini tra loro. 

Foto 1 Attacco di Hirudo verbana ai danni di una femmina di tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris)

Foto 2 L’Hirudo verbana resta saldamente attaccata alla femmina di tritone punteggiato (Lissotriton vulgaris)

Foto 3 Il tritone tenta di difendersi mordendo la sanguisuga che però non molla la presa

Foto 4 Un esemplare piccolo di Hirudo verbana ha attaccato una femmina di tritone crestato (Triturus carnifex) all’occhio destro. Quest’ultima per cercare di liberarsi è uscita fuori dall’acqua con la parte anteriore del corpo. La femmina era intenta a deporre le sue uova sulle foglie delle piante acquatiche e, per non perderle, le ha conservate tra le dita della zampa posteriore destra

Nematomorfo

Il tipo di parassitismo mostrato nel secondo esempio è invece definito parassitoidismo ed è causato da un nematomorfo ai danni di un coleottero  della famiglia Carabidae (il philum Nematomorpha – dal greco nema = filo e morphé = forma – è costituito da oltre 300 specie note di pseudocelomati a corpo filamentoso e non segmentato).

Nello specifico, il nematomorfo agisce come un endoparassitoide zombificante o manipolatore del comportamento.

Come indica chiaramente il nome, il nematomorfo è un verme parassita dall’aspetto filiforme, simile a un lungo e sottile filamento o a un capello in movimento. Proprio per questa forma allungata, che può superare il metro di lunghezza pur mantenendo uno spessore di appena 1-3 millimetri, sono noti anche come vermi crine di cavallo o gordiacei

Le larve dei nematomorfi penetrano all’interno degli insetti e vi restano per tutto lo sviluppo. Al termine fuoriescono, di solito dall’apertura anale. L’aspetto più inquietante è che questi “vermi” da adulti hanno bisogno di vivere in acqua per cui, quando sono pronti ad uscire, costringono gli insetti a buttarsi in acqua. Questo condizionamento avviene iniettando all’insetto una sostanza che interferisce con i loro neurotrasmettitori. Non appena l’ospite tocca l’acqua, il verme adulto perfora la cuticola e fuoriesce per accoppiarsi, lasciando l’insetto annegato o svuotato.

Foto 5 Un nematomorfo sta fuoriuscendo dal corpo di un coleottero carabide

Foto 6 In questo scatto successivo il nematomorfo continua nella sua azione di abbandonare l’ospite

Foto 7  –  Il coleottero è libero dal parassita ma morirà poco dopo

Foto 8  Il nematomorfo si mostra in tutta la sua lunghezza. Le sue dimensioni sembrano incompatibili con la cavità interna del coleottero, ma questo si spiega perché all’interno dell’ospite il verme stava ripiegato e compresso, invece una volta fuoriuscito ha assorbito l’acqua per osmosi e si è disteso completamente

Testo di Luca Alberini e Angelina Iannarelli, foto di Angelina Iannarelli

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