Diari – La regina del mimetismo: la beccaccia

Il 2 Novembre vidi la prima dell’anno. Erano le 6:20 circa quando il suo volo instabile da pipistrello tagliò la nebbiolina di quella mattina; la luce diffusa della luna mi permise di seguirne con lo sguardo la silhouette fino al bosco lì vicino. Dopo essermi documentato allo sfinimento durante la bella stagione, era finalmente giunto il momento di applicare quanto appreso sul campo.

“Soffro” di un attaccamento morboso nei confronti della beccaccia (Scolopax rusticola), così come nei confronti degli altri tre simili scolopacidi europei: beccaccino (Gallinago gallinago), frullino (Lymnocryptes minimus) e croccolone (Gallinago media). Tutti estremamente mimetici, tutti per questo sorprendentemente difficili da avvistare. Questa mia passione, completamente separata da qualsiasi pseudo-venerazione di stampo venatorio, suppongo derivi dall’intreccio tra il fascino del gruppo dei limicoli e le creature criptiche in generale.

Un frullino nascosto tra la vegetazione

Appurata l’incredibile abitudinarietà della specie in periodo di svernamento, sapevo che tornare sul luogo dell’avvistamento sarebbe stato il primo passo per individuare le aree interessate dalle beccacce per foraggiamento e riposo. Ed infatti eccola, minuto più minuto meno, la sento arrivare; questa volta sono rivolto verso dove l’ho vista comparire il giorno precedente e riesco così a inquadrare circa la zona di prati dove ha trascorso la notte. Di nuovo ne seguo la sagoma, finché il bosco la inghiotte. Contatto Irene e Giuditta, in ordine, mia compagna e nostra tutor di inanellamento, per organizzare un sopralluogo serale nella fascia di prati che spero di aver individuato correttamente. L’entusiasmo scatenato da questa prima osservazione ci porta a ritrovarci insieme sul posto la sera stessa. L’orario dell’appuntamento è dettato dal tramonto; pochi minuti dopo che è calato il sole, infatti, le beccacce lasciano il loro rifugio diurno per raggiungere, nel nostro caso, ampie distese verdi dove trascorrono la notte a crivellare il terreno con il lungo becco in cerca di anellidi. Alle 17:15 circa siamo appostati, con gli occhi rivolti verso l’ipotetico prato, dieci minuti di freddo importante e passano: quasi a braccetto, incredibilmente sincrone nel loro essere un poco scoordinate, e atterrano piuttosto lontano da noi. Non ci è difficile a questo punto designare l’area da setacciare. Calato il buio, torcia alla mano, cominciamo la perlustrazione. Fortuna vuole che Giuditta, oltre ad essere nostra tutor, sia anche l’unica persona in Lombardia autorizzata alla cattura attiva e conseguente inanellamento della specie nell’ambito del progetto Beccaccia promosso da ISPRA; il sopralluogo ha infatti come finalità valutare se la zona possa essere sfruttata come area di monitoraggio per i mesi a seguire. Quella sera ne osserviamo solo tre, probabilmente le due passate e un’altra sfuggita ai nostri sguardi attenti a tramonto. Però sì, è ufficialmente iniziata la stagione.

Una beccaccia in volo

Nelle settimane a seguire ho deciso di perlustrare anche i boschi a ridosso del fiume Serio dove la mattina, prima dell’alba, scappavano a nascondersi, e più di una volta ne ho fatte involare. Vederle posate di giorno, nel fitto della vegetazione e leggermente infossate nella lettiera autunnale è una sfida che quest’anno ho perso. Scovare la posizione di alcuni individui mi ha permesso però di definire delle aree molto circoscritte laddove tentare di riprenderle mediante l’utilizzo delle fototrappole. Altra cosa che ho notato, provando a tracciare su mappa il percorso che le beccacce seguivano per spostarsi da rifugio diurno a prato e viceversa, era che queste quasi mai sorvolavano zone aperte, ma che invece scivolavano lungo un corridoio boschivo. Questo mi ha fatto ipotizzare una sorta di strategia per la quale in caso di ostacoli, predatori o disturbo di altro genere durante lo spostamento, l’animale possa immediatamente rituffarsi nel fitto al sicuro.

Il bosco a ridosso del Serio scelto dalle beccacce come rifugio

Nonostante gli scarsi risultati in termini di catture, le uscite hanno evidenziato invece fluttuazioni consistenti nel numero degli individui osservati. Particolarmente eccezionale è stato il tramonto del 15 Gennaio: dopo l’importante nevicata di fine 2020 che ha coinvolto anche buona parte della Pianura Padana, probabilmente molti individui, fermi nella fascia collinare  prealpina, sono stati spinti in pianura dalle limitanti condizioni climatiche, tanto che nel giro di un paio di settimane il numero di beccacce è schizzato da 6 a più di 20. Quella sera infatti, increduli, quasi abbiamo fatto fatica a contarle alla “passata”: uno spettacolare trenino di uno o due individui per volta che poi siamo riusciti anche ad osservare indisturbate in alimentazione per mezzo della termocamera dell’inanellatore Andrea Ferrari, anch’esso perplesso di fronte al numero di beccacce presenti quella notte. Accesa la torcia e portata ad altezza tempia, il riflesso degli occhi di anche 8 individui contemporaneamente tornava nei miei, e anche senza riuscire a definirne le sagome causa distanza, ero comunque in grado, osservando quel puntino luminoso, di riconoscere i movimenti e le azioni di ognuna.

Uno splendido esemplare di beccaccia

Parlo di serata eccezionale non per nulla: il numero di beccacce da quel giorno è cominciato sensibilmente a diminuire, nonostante il freddo non abbia mai abbandonato realmente la pianura bergamasca fino a fine inverno. C’erano nottate in cui era impossibile avvicinarle a causa della terra ghiacciata che si frantumava rumorosamente sotto i nostri stivali, nei quali, in maniera grossolana, le quattro paia di calze cercavano di tamponare il gelo. La luce della torcia a volte faceva brillare l’alone di condensa attorno al loro corpo tozzo, in particolare nella parte ventrale dopo che si erano sollevate sulle zampe fini. Mi sono sempre chiesto come facessero in quelle condizioni ad alimentarsi in maniera efficiente, anche considerato il fatto che, a differenza dei beccaccini e dei frullini osservati in quei mesi nella medesima area, abbiamo sempre notato una certa predilezione da parte delle beccacce per le aree più aride e meno fradice di prato.

Un frullino fotografato di notte

Su consiglio di altri facenti parte del progetto, abbiamo provato un paio di uscite sotto la pioggia, constatando anche noi l’incredibile confidenza della specie e la svogliatezza con cui queste si involavano in presenza di tali condizioni meteo; questo ci ha permesso di catturare e inanellare due individui adulti durante queste sessioni “bagnate”.

Le uscite sul campo generalmente hanno avuto la durata di un’oretta, e sono avvenute con cadenza settimanale o bi-settimanale, questo ci ha permesso di avere una buona stima del numero degli individui svernanti, riducendo al minimo il disturbo.  Al di là dei monitoraggi però, la profonda passione per questo animale mi ha spinto a recarmi parecchie volte all’angolo di quel prato solo per godermi il loro passaggio al tramonto. Ciò che più mi ha affascinato è stato constatare l’incredibile puntualità con la quale l’una dopo l’altra, calato il sole, decidevano di lasciare il loro rifugio sicuro, seguendo quasi in fila indiana una sorta di immaginario percorso delineato da quella lingua di bosco che pareva indicare i prati dove avrebbero passato la notte a rifocillarsi.

Una beccaccia al riparo tra l’erba

Il 20 Marzo vidi l’ultima. Erano le 19 e 20 circa, è passata, e per la prima volta ho sentito dal vivo il flight call della specie: un compressissimo “uitch”, che a mio avviso può ricordare uno “zit” più umido e profondo del tordo bottaccio (Turdus philomelos). Sono tornato il giorno successivo con l’intenzione di registrarla, ma avrei invece dovuto considerare quel richiamo come saluto a questa stagione intensa e soddisfacente: anche l’ultima beccaccia aveva definitivamente abbandonato il sito, pronta per affrontare l’estenuante migrazione verso Nord.

Testo e foto di Jacopo Barchiesi
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