
Segnate la data, il 12 novembre. Finalmente arriverà anche nelle sale italiane, grazie a Wanted, l’ultimo lavoro cinematografico del fotografo e naturalista francese Vincent Munier, “Il canto delle foreste”. Dopo un capolavoro come “La pantera delle nevi”, le aspettative erano altissime anche per noi, che lo abbiamo visto in anteprima italiana. Dunque? Come accade al genio, l’opera sorprende, lascia a tratti senza parole. Vincent ci porta nella sua terra, la regione dei Vosgi, dove è cresciuto e dove ha avuto un maestro d’eccezione, il padre Michel, convinto ecologista e naturalista, e dove vive ora suo figlio Simon. Dimenticate il Tibet con i suoi scenari di ineffabile bellezza, dimenticate animali leggendari come il leopardo delle nevi, il gatto di Pallas, l’orso tibetano… Questa volta l’autore ci regala una storia familiare il cui focus è la trasmissione tra generazioni diverse di un’eredità fatta di terra, alberi, boschi e animali. La fotografia è spettacolare – questo era scontato – ma ciò che conta questa volta va oltre l’immagine: è il suono dei boschi – il canto delle foreste, appunto – il vero protagonista, la perfetta armonia tra lo stormire del vento tra le fronde, lo scricchiolio delle cortecce degli alberi vetusti, il verso ripetitivo dei rapaci notturni, il tamburellare dei picchi, l’urlo soffocato della lince…

La dimensione uditiva, dominante, esalta la profondità del rapporto padre figlio – giocato sulla duplice coppia Michel-Vincent e Vincent-Simon – creando un’intimità che vive di dialoghi attorno al focolare, di spazi chiusi (capanni, sacchi a pelo, baite) e facendo maturare un’atmosfera sospesa che lentamente evoca il messaggio che l’autore vuole trasmettere: è la natura selvaggia l’unica cosa che conta davvero e noi, di generazione in generazione, dobbiamo difenderla, farcene carico personalmente.

Simbolo di questa irrinunciabile responsabilità individuale e collettiva diventa nel documentario il gallo cedrone (le grand tètras, in francese), un tempo relativamente frequente nei boschi del Vosgi e oggi quasi estinto. L’uccello fantasma, l’uccello che con il suo canto attraversa la notte e porta il giorno, è tutto ciò che stiamo perdendo a causa della crisi climatica, della distruzione sistematica degli habitat, della pressione antropica e dell’inquinamento. E’ il simbolo della perdita della biodiversità e anche della rinuncia a lottare per qualcosa che ci riguarda tutti (con gli occhi pieni di lacrime, Michel ricorda l’ultimo gallo cedrone visto nei boschi di casa, un paio d’anni prima, esperienza che sarà negata a Simon).
E’ davvero tutto perduto? Forse ancora no, perché nei Vosgi vivono ancora altri animali, moltissimi, decisamente più comuni – picchi, cince, scriccioli – e spesso, ci dice Vincent per bocca del padre, guardando solo ciò che è più spettacolare perdiamo di vista la vera ricchezza, la meravigliosa diversità delle piccole cose che ancora sopravvivono e per le quali dobbiamo continuare a lottare.
Cosa aspettate? Prenotate un posto in sala e intanto… godetevi il trailer sulle pagine di Wanted!
Prof. Gip. Barbatus
