Giù nella valle con Paolo Cognetti tra donne coraggiose, lupi e battaglie per l’ambiente – Interviste

Abbiamo letto Giù nella Valle edito da Einaudi e ci è piaciuto molto. La natura selvaggia e la sua relazione con l’uomo sono temi sempre presenti nei libri di Paolo Cognetti e così ci siamo messi “sulle sue tracce” tra i sentieri di montagna. A dire il vero, vista la sua gentilezza, si è lasciato trovare e raggiungere subito. 

Ecco cosa ci siamo detti.

Cominciamo questa intervista un po’ al contrario: da “uomo di montagna” schietto come ti immagino e senza falsa modestia, cosa ne pensa Paolo Cognetti del suo ultimo lavoro?

Non è un pensiero da uomo di montagna (che non sono), è un pensiero da scrittore che pubblica da 20 anni: mi sento arrivato alla maturità. Cioè quel punto nella vita di un musicista in cui il tuo strumento non ti costa più fatica, le scale, gli arpeggi, le pagine scritte e buttate. Non ho buttato praticamente nulla di Giù nella valle e parecchie pagine sono com’erano in prima stesura, ho scritto con fluidità e anche con piacere. Mi ero sempre chiesto come facesse Simenon a scrivere 3-4 romanzi l’anno ma adesso l’ho capito, visto che questo l’ho scritto in due mesi.

Nel tuo modo di raccontare trovo delle atmosfere molto americane ma anche qualcosa di più familiare… In alcuni punti mi ha ricordato “Come Dio comanda”, il libro migliore di Ammaniti. I riferimenti al capolavoro “Nebraska” di Springsteen li sveli nelle note finali e sono lampanti; quali altri modelli e ispirazioni ti hanno guidato?

Qui le mie ispirazioni sono tutte americane, a parte Rigoni Stern quando compare un albero. Più film che libri, per una volta: Badlands di Terrence Malick, The Indian Runner di Sean Penn, Rambo, Lo chiamavano Trinità, Il buono il brutto il cattivo, tutti i bar che ci sono nei western, tutte le pompe di benzina dei film americani, In mezzo scorre il fiume, Il cattivo tenente, Carver, Edward Hopper. Gli ultimi due, uno scrittore e un pittore. Mi sono ispirato anche a Luca Marinelli e Alessandro Borghi, perché tendevo a vedere i due fratelli con i loro volti (Luca era il fratello pazzo).

Tanti sono i protagonisti nella tua storia e, anche se uno dei focus principali è l’incontro/scontro tra i due fratelli, si muovono nel racconto molte figure femminili altrettanto importanti come Elisabetta e la cagnolina bianca, o apparizioni meno “protagoniste” come “La Sesia”, l’Ispettrice, la Gemma… Nel rapido sviluppo delle loro vicende sembra quasi che la parte maschile rappresenti quel lato in ombra, selvaggio della valle di cui parli e la parte femminile sia quello alla luce. Non che la parte femminile sia meno appassionata e coraggiosa nell’affrontare le situazioni – o, di contro, nella parte maschile ci sia solo irrazionalità – ma è come se nei personaggi femminili si percepisse una gentilezza e una comprensione più nitida verso le cose del mondo. Da lettore, appassionandomi alla storia, ho più volte pensato: “speriamo ci pensi LEI a risolvere questo casino”. È una scelta voluta o è uscito tutto dalla penna senza pensarci troppo?

Le scelte volute nella mia scrittura sono ben poche, non so nemmeno bene cosa significhino. Quando ho cominciato a scrivere di Luigi e Betta li ho trovati a letto, è un pomeriggio di novembre, hanno appena fatto l’amore, sapevo veramente pochissimo del proseguimento della storia. Sapevo che lui era un forestale e avrebbe dovuto occuparsi dei cani morti. Sapevo che poi avrebbe incontrato suo fratello di ritorno dal Canada: avevo la canzone di Springsteen a condurre la trama, Highway Patrolman (anche se lì il fratello torna dal Vietnam, come Rambo. Ma in fondo è uguale: torni dalla guerra, torni da un lavoro nei boschi canadesi, sei stato in guerra in ogni caso). E sapevo che alla fine Alfredo avrebbe fatto male a qualcuno e sarebbe scappato. Tutto il resto è improvvisato. Della casa del padre, il notaio, la pista da sci e via dicendo all’inizio del racconto non sapevo niente. È bello scrivere così, senza una scaletta predefinita: è proprio come assistere alla storia, dai vita a dei personaggi e poi li osservi, stai a vedere che cosa succede. Anche la femminilità del libro ha preso forma in questo modo, prima è arrivata la cagnolina, poi Betta, poi la Sesia, la betulla, l’ispettrice, Gemma, la bambina che arriverà. Ogni presenza femminile che entrava in scena era buona, una presenza gentile, laddove quella maschile era rabbiosa, avida e violenta. Sono i miei simboli che ormai conosco. La femminilità è in me, Betta e la cagnolina sono io.

Ho letto delle piccole polemiche con alcuni abitanti locali che a dire il vero ritengo veramente poco, poco comprensibili. Ma tant’è, provo a fare l’avvocato del diavolo: è davvero possibile che il senso di claustrofobia della valle, che si coglie dalle tue descrizioni (e il conseguente rifugio nell’alcol) siano solo una percezione di chi proviene da una realtà diversa mentre chi vive lì non ne senta, percepisca realmente il peso? 

Ma certo che ne percepiscono il peso. Quella del mio libro è solo una valle simile a mille altre: bellissima per certi versi, durissima per altri. Se da noi ci fossero gli Alcolisti Anonimi, credo ne troveremmo molti più a Milano che in una valle alpina. Solo che lì la realtà è evidente, non è mascherata dal traffico e dall’efficienza della città, la montagna te la sbatte in faccia. E io l’ho vista bene. Ho anche visto cose a Milano: una mattina ero al bar in stazione a prendere il caffè, entra un signore vestito da impiegato con la valigetta e la cravatta. Fa un cenno al barista, non dice nulla, mette sul banco tre euro, quello gli versa una Vecchia Romagna e l’altro se la scola d’un fiato, e se ne va. In quel momento mi sono guardato intorno: non l’aveva visto nessuno, la gente beveva cappucci e mangiava brioche e nessuno si era accorto di quell’alcolista. Probabilmente uno scrittore è un tipo che sta tanto da solo, ascolta tutto, osserva tutto. Questa è la differenza.

Oltre alle tensioni tra i protagonisti ne aleggia un’altra in sottofondo: quella tra la natura selvaggia e l’uomo. Uno scontro tra due mondi come se davvero ne esistessero due. Una convivenza, un equilibrio tra uomini e natura è ancora possibile? Le piste da sci sono ancora sostenibili e sono davvero l’unico modo per rilanciare l’economia delle comunità montane?

Riprendo il discorso di prima: in città questa tensione non l’abbiamo, qui la natura sono i parchi pubblici. Ed è inspiegabile che ancora oggi a Milano, quando parliamo del riutilizzo degli scali ferroviari o delle caserme o delle fabbriche (gli enormi spazi pubblici urbani per cui dobbiamo immaginare un futuro), la regola indiscutibile non sia: ovvio, ci piantiamo alberi e ci facciamo un parco. È l’idea utopica di Stefano Mancuso. A Milano invece la regola pare essere: 50% edilizia, 50% verde da render, cioè quel verde con il praticello per i cani e il parco giochi per i bambini. In montagna è la stessa cosa, ma tutto lì, come sempre, è più crudo.

Cosa ne pensi di queste nuove generazioni di ragazzi che bloccano il grande raccordo anulare e buttano vernice (lavabile) sulle opere d’arte? Cosa dovrebbe fare chi dice di amare la montagna per difendere la montagna?

Non posso che pensarne tutto il bene possibile. Li conosco personalmente. Non credete a tutto quello che leggete, cercate di andare a incontrarli se possibile: la loro è una protesta totalmente non-violenta, ispirata a Thoreau e a Gandhi. Quando li incontrate, chiedete un po’ come li trattano in carcere dopo l’arresto (voi ci siete mai andati in carcere? Noi ci siamo mai andati?). Se cinque persone bloccano l’autostrada, sono cinque rompiballe da arrestare. Se quelle persone fossero cinquecento, sarebbe una manifestazione per l’ambiente in piena regola. Noi dobbiamo aiutarli, dobbiamo essere di più, dobbiamo fare in modo che quei cinque non possano essere arrestati.

Prima i gabbiani di Roma e poi i cinghiali, poi purtroppo gli orsi, una nutria qui e là, i cervi che mangiano troppo, un calabrone venuto dall’est e poi ovviamente onnipresente l’ombra di lui, il lupo. È una cosa non nuova ma sempre più ricorrente quella sulla stampa e in politica, di agitare lo spauracchio di una bestia ostile che bussa alle nostre porte (senza per altro distinguere tra animali autoctoni e non). Uno dei co-protagonisti, la cui ombra aleggia in tutto il libro è il lupo (o forse non lo è). Cosa ne pensi del suo lento ritorno qui da noi al nord?

Del lupo penso quello che penso dello straniero: certo, viviamo tutti più tranquilli senza gli stranieri a Milano. A parte che senza di loro la città non funzionerebbe – come non funzionerebbe il bosco senza il lupo – molti di loro rendono la città di Milano più bella. Pochi di loro, più pericolosa (come pure tanti italiani). Il ritorno del lupo è una bellissima notizia ma va trattato con intelligenza, non con idealismi. Ci vuole un organo di controllo dei boschi, che si chiama Corpo Forestale (io lo vorrei civile, non militare: un corpo di guardaboschi). 

Animali e uomini sono protagonisti in queste emozionanti 100 pagine (o poco più) ma ci sono anche tanti alberi a dire la loro…

Mario Rigoni Stern e Stefano Mancuso. Un’idea illuminante nei libri di Mancuso è che le piante sono la presenza gentile sulla Terra. Gli animali no: gli erbivori un po’ meno, ma i carnivori non possono vivere senza uccidere. Un lupo uccide altri esseri viventi, come del resto gli umani (io no, sono vegetariano da tanti anni). Invece un albero dà e basta: dà frutti, ossigeno, ombra, rinfresca l’ambiente, lo rende più bello, ci dà la legna e non chiede nulla. È la presenza femminile della montagna. Infatti mi piace molto che nel patois valdostano anche gli alberi, non solo i fiumi, siano femmine: il Larice è la Brenga, l’Abete Rosso la Pezza, il Pino Cembro l’Aroula, il Pino Silvestre la Daja, la Betulla la Bieoula. Tutte donne. 

Abbiamo parlato di cose serie, finiamo con due domandine più leggere: con quale creatura del bosco ti piacerebbe incrociare lo sguardo (per la prima volta o di nuovo) durante le tue escursioni?

Con la lince che è appena tornata da noi. Sai che la prima lince delle Alpi Occidentali è stata fotografata a Estoul un anno fa? A 500 metri da casa mia. È un gattone di 15 chili, si nutre di piccoli mammiferi, mi piacerebbe molto incontrarla.

Quali cose non mancano mai nel tuo zaino?

L’Opinel, una barretta energetica (per quando vado in crisi, capita anche a me), una giacca pesante (è incomprensibile che ancora oggi qualcuno soffra il freddo in montagna: si tratta di mezzo chilo di peso da aggiungere allo zaino), i ramponcini di silicone (la neve ghiacciata in alta quota si incontra fino a luglio), se posso il binocolo. Il binocolo è un bellissimo strumento da portarsi in montagna: ti siedi lassù a tremila metri e cominci a guardarti intorno, vedi gli animali, i rifugi sui ghiacciai, le cordate che salgono ai Quattromila. C’è anche un verbo che usiamo in montagna, binocolare. Il mio problema è che mi piace molto lo zaino leggero, vado di corsa, non deve superare i 2-3 chili. E il dilemma è sempre se portarsi il telefono: a volte lo lascio a casa. Però poi penso: e se mi succede qualcosa? (non mi è mai capitato: in 40 anni di montagna nemmeno un graffio) E se incontro qualcuno che si è fatto male e ha bisogno di chiamare l’elicottero? Questo mi capita sempre più spesso. L’ho chiamato in alcune occasioni. Bisogna conoscere bene il territorio, perché il pilota ti chiede: dove siete? Quota? Visibilità? C’è un posto per posarsi? E io queste informazioni le so dare, tanti altri no.

Foto di Maki Galimberti

Delmiele Tasso

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