Abbiamo incontrato Elisabetta Tosoni che ha dato vita al progetto e libro “L’Orso e la Formica”. Abbiamo parlato di animali grandi e minuscoli, di viaggi, di etica ambientale e di tante altre cose.
Chi è Elisabetta Tosoni? Cosa c’entra con l’orso marsicano?

Io nasco come zoologa e studiosa di lupi. Sono stati proprio i lupi a portarmi a percorrere le montagne del Parco Nazionale del Pollino, durante la mia tesi, e le foreste del Canada con una borsa di studio, dopo la mia laurea. In quegli anni, l’orso era per me una presenza lontana, legata più ai libri e un abitante delle grandi foreste nordamericane che “sfioravo”.
Al mio ritorno ho trascorso un anno sulle Alpi, nel Parco Naturale dell’Adamello Brenta ed è lì che ho iniziato ad avvicinarmi al mondo dell’orso. Ma la vera svolta è arrivata grazie a una telefonata del professor Paolo Ciucci, che aveva seguito la mia tesi. Mi propose di lavorare a un progetto di ricerca su orso e lupo in Appennino, come responsabile di campo, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Ho detto subito sì. E ho deciso che, dopo una vita “di branco” accanto ai lupi, sentivo il bisogno di imparare qualcosa dagli orsi e sugli orsi, e su di loro ho costruito il mio Dottorato e molto altro.
Sono arrivata in Abruzzo nel 2005 e diciamo che sono ancora lì. Per diversi anni ho fatto ricerca con l’Università di Roma e poi ho lavorato come tecnico faunistico al Parco. Negli ultimi dieci anni, però, il mio percorso si è arricchito e trasformato: si è aperto all’educazione in natura, allo storytelling, all’interpretazione ambientale, alla lettura degli albi illustrati, al teatro e alla fotografia. E così, come mi piace dire, ho cercato di diventare una cantastorie di natura. E soprattutto, di orsi.

Cosa rappresenta per te l’orso?
L’orso mi affascina per il mistero e la meraviglia che lo circondano, ma anche per gli insegnamenti che mi ha donato da quando ho iniziato a occuparmi di questi animali. Alcuni aspetti del suo comportamento restano ancora oggi parzialmente misteriosi anche per i ricercatori: come riesce, durante l’inverno, a sopravvivere per mesi senza mangiare, riducendo al minimo il respiro e con un battito cardiaco quasi impercettibile?
E poi c’è la meraviglia. L’orso, per me, è stato — ed è tuttora — un maestro di meraviglia. Da quando ho iniziato a studiarlo, ogni giorno è stata una nuova scoperta. Studiare l’orso non significa osservare solo lui, ma entrare nelle relazioni che costruisce con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. In questo senso, osservare l’orso è come accedere a un universo — o forse a un multiverso — fatto di connessioni complesse, incluso il contraddittorio rapporto con gli esseri umani.
…ho cercato di diventare una cantastorie di natura. E soprattutto, di orsi.
Tra gli altri insegnamenti che porto con me ci sono la capacità di cambiare prospettiva, il valore del tempo e il coraggio di affrontare la propria fragilità, perché spesso proprio lì si nasconde una forma di forza. E poi c’è un patto tra me e l’orso. Il mio lavoro di ricercatrice mi ha dato un’opportunità rara: osservare e studiare questi animali per oltre venti anni. Un tempo lungo e prezioso, che permette di entrare, con rispetto, nella loro intimità. A un certo punto accade qualcosa di difficile da spiegare: non è solo immedesimazione. La natura diventa maestra, gli animali raccontano qualcosa di sé, e attraverso le loro storie anche tu puoi cambiare. Con gli orsi, in particolare, è nato un legame speciale. È come se sentissi il bisogno di restituire qualcosa: loro mi hanno aiutata a comprendere così tanto, e io volevo fare qualcosa per loro. Una sorta di patto silenzioso, un debito nei loro confronti. Ho capito che dovevo trovare un modo nuovo e diverso per contribuire alla loro conoscenza e tutela. Questo privilegio, col tempo, si trasforma anche in responsabilità: un debito silenzioso che accomuna chi svolge il mio mestiere. Così ho scelto di diventare una narratrice di storie di orsi. Ho capito che la mia vera strada — il modo in cui potevo davvero contribuire alla conservazione di questa specie — non era solo la ricerca, ma la capacità di trasformare ciò che avevo imparato in storie da condividere.
Cos’è e come è nato il progetto L’Orso e la Formica? Chi sono i tuoi compagni di viaggio?

Il progetto nasce da un incontro: quello tra me, Bruno D’Amicis, biologo e fotografo e Umberto, guida naturalistica e fotografo. Abbiamo iniziato a raccontarci storie, tante storie, e a un certo punto sono diventate così ingombranti da sentire il bisogno di condividerle anche con altri. È da lì che ha preso forma questo progetto, nato inizialmente nella sua espressione più semplice: un sito web, o meglio un portale di storie (www.orsoeformica.it).
Quest’anno festeggiamo i dieci anni della nostra collaborazione. “L’Orso e la Formica” è per noi un viaggio. Un viaggio iniziato con la pubblicazione del sito nel 2021, che nel corso degli anni, settimana dopo settimana, ha preso forma attraverso pillole sui social e articoli più approfonditi sul sito. Un percorso che si propone di svelare e far apprezzare gli adattamenti, i comportamenti e le peculiarità che rendono l’orso appenninico unico — e allo stesso tempo profondamente minacciato. È un viaggio per comprendere cosa renda questo animale così speciale, attraverso la divulgazione di aspetti legati alla sua biologia, ecologia e stato di conservazione, ma anche attraverso il racconto dell’ambiente in cui vive. È, soprattutto, un viaggio che vuole (ri)svegliare meraviglia, rispetto e senso di appartenenza al contesto ecologico dell’orso e dell’Apppenino. E incoraggiare ciascuno di noi a riflettere sulle piccole scelte quotidiane, quelle che possono contribuire concretamente alla sua conservazione. Questo progetto nasce dall’incontro di linguaggi diversi: la fotografia e la scrittura, la scienza e il racconto. È un viaggio nella vita degli orsi, ma anche nel rapporto tra esseri umani e natura, tra scienza ed emozioni. Abbiamo raccolto quindi queste storie in un portale, ma a un certo punto non ci è più sembrato sufficiente. Abbiamo sentito il bisogno di andare oltre, di esplorare nuovi linguaggi, di dare vita a forme di racconto diverse, capaci di raggiungere le persone in modi sempre nuovi.

Questo nome?
L’Orso e al Formica è un binomio fantastico, come direbbe Gianni Rodari. Questo titolo nasce da una scoperta scientifica fatta insieme al gruppo di ricerca dell’Università di Roma: gli orsi appenninici, che possono superare i 200 chilogrammi, tra giugno e luglio dipendono in gran parte da un alimento minuscolo — le formiche. In Appennino ne consumano oltre quaranta specie, anche se prediligono soprattutto le formiche gialle, che hanno un sapore dolce, quasi di miele, e vivono in grandi colonie. Ma questo titolo racconta anche qualcosa di più profondo: la natura come sistema di relazioni, dove la forza è sempre relativa. Da una parte c’è l’orso, con la sua imponenza fisica; dall’altra la formica, con la sua straordinaria capacità di cooperazione. Due mondi lontanissimi, eppure entrambi forti ed entrambi fragili.
Questo percorso ha portato alla pubblicazione in questi mesi di un libro. Raccontaci di cosa parla, a chi parla, per conto di chi parla.

Il libro è nato nell’anno della pandemia. L’idea di scriverlo c’è sempre stata, ma ciò che mancava era la forma. All’inizio immaginavo/amo un saggio. Poi, complice anche un corso di storytelling autobiografico, qualcosa è cambiato: dal lavoro sul sito è iniziato un viaggio introspettivo che mi ha riportato alle origini del mio percorso. Ho iniziato a ricercare e rievocare ricordi, a rileggere le storie del mio lavoro, a riflettere su quanto fossi cambiata da quando avevo messo piede per la prima volta in Abruzzo fino a dieci, quindici anni dopo. Durante la mia vita professionale mi sono anche resa conto di qualcosa di importante: spesso le persone si emozionavano più per i miei racconti personali che per le storie dell’orso in sé. E forse era proprio lì che si apriva una nuova possibilità — un ponte emotivo capace di raggiungere un pubblico più ampio. Così gli orsi sono diventati personaggi.
Le loro storie si sono intrecciate alle mie, e da questo intreccio è nato un memoir scientifico, ma anche un saggio. Gli orsi non sono più soltanto oggetti di studio e scoperta, nella narrazione assumono la dimensione di veri e propri personaggi, con personalità forti e riconoscibili, come del resto sono. Il racconto della loro vita — nelle diverse fasi dello studio sul campo — procede in parallelo con una mia crescita interiore: un percorso fatto di scoperte, consapevolezze e trasformazioni. La forza di questo libro sta nella sua doppia possibilità di lettura: attraverso le parole e attraverso le immagini di Bruno e Umberto. È un libro che si può leggere, osservare — oppure vivere intrecciando entrambe le dimensioni. Ognuno può scegliere la porta d’ingresso che sente più vicina.
Dove si può acquistare? State facendo delle presentazioni? Date e luoghi
Il libro è reperibile in tutti i centri visita del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise o online sul portale della casa editrice del Parco (Edizioni del Parco,QUI) e dalla fine della estate sarà acquistabile anche in libreria. Abbiamo completato il primo “tour” invernale in Abruzzo e a Roma. Dobbiamo ancora programmare le presentazioni estive, aggiorneremo la nostra pagina facebook e instagram.
Hai collaborato (o collabori) con diversi Enti Parco, il PALM è una delle eccellenze europee in ambito di gestione e conservazione della fauna e del rapporto tra essa e la popolazione locale. Quali sono stati secondo te i principali traguardi degli ultimi anni? Cosa si può migliorare ulteriormente e come?
Continuo a collaborare con il PNALM, occupandomi nell’ultimo anno soprattutto di comunicazione ed educazione ambientale. Sono tante le cose che mi vengono in mente. Vi direi quella che mi sta più a cuore. Negli ultimi anni, il Parco ha contribuito a promuovere un messaggio fondamentale: la conservazione della natura — in particolare di specie potenzialmente conflittuali come orsi e lupi — non può arrivare solo “dall’alto”, ma deve nascere anche “dal basso”. È proprio dalla cooperazione tra associazioni, cittadini, istituzioni ed enti che può svilupparsi un autentico modello di coesistenza. Allo stesso tempo, è sempre più chiaro che la conservazione non riguarda esclusivamente le aree protette, ma deve estendersi anche ai territori circostanti. In questo contesto si inserisce la collaborazione con realtà come Salviamo l’Orso, Rewilding Europe e il progetto Life Bear Smart Corridors. Quest’ultimo si impegna a promuovere la creazione di “comunità a misura d’orso”, ovvero comunità che lavorano in sinergia con le istituzioni per individuare soluzioni di coesistenza pacifica, partendo dal principio che esseri umani e fauna condividono lo stesso spazio vitale. Si tratta di un approccio che supera i confini stessi delle aree protette.

Un traguardo particolarmente importante è stato anche l’avvio e quasi conclusione del processo di approvazione del Piano del Parco, strumento fondamentale di gestione e pianificazione di un’area protetta. Il Piano definisce le strategie per tutelare la natura e, al contempo, permette alle comunità locali di vivere e lavorare nel territorio in modo sostenibile. Si è trattato di un percorso lungo e complesso, poiché le esigenze del territorio e gli interessi in gioco sono molteplici e non sempre la tutela della natura riesce a occupare una posizione prioritaria. Cosa migliorare? Essendo costantemente sotto l’attenzione dell’opinione pubblica, il Parco è un ente spesso chiamato a gestire situazioni di emergenza, a tutti i livelli, una condizione che nel tempo può mettere sotto pressione l’intero sistema organizzativo. Questa è sicuramente una criticità da affrontare (e che sta affrontando con nuovo personale), ma anche una opportunità per fare meglio.
Le scelte politiche degli ultimi anni non sembrano aiutare. Non è nostro compito parlare di politica ma mi pare lampante che l’ascesa delle destre in tutta Europa (correggimi se sbaglio) ha accelerato lo smantellamento di numerose tutele ambientali e faunistiche. Perché secondo te?
Negli ultimi anni, a mio parere, ci sono stati dei colpi difficile da digerire. Non è solo una questione politica o di partito, è una questione culturale profonda.
Esiste uno scoglio profondo che dobbiamo affrontare: la nostra cultura occidentale è fortemente antropocentrica, un’impostazione consolidata nel corso di millenni. L’essere umano si percepisce come il centro di tutto e si attribuisce un ruolo decisionale anche nei processi che regolano gli equilibri naturali, sia quando li altera, sia quando tenta di ripararli. Ma una cultura così radicata non si trasforma dall’oggi al domani.
Viviamo, inoltre, in un’epoca di diffusa di “amnesia ambientale”, sempre più disconnessi dalla natura. In questo contesto cresce anche la paura nei suoi confronti, un fenomeno noto come biofobia, che rappresenta uno dei principali ostacoli alle politiche di conservazione, soprattutto quando si tratta di specie percepite come più pericolose. Per questo motivo è forse necessario un cambio di paradigma, o meglio, una nuova visione. Vale la pena porsi una domanda: e se le difficoltà che incontriamo — del tutto legittime — fossero rese ancora più insormontabili proprio da una prospettiva troppo antropocentrica e dominante? È possibile iniziare a vedere, ad esempio, i grandi carnivori non come presenze scomode o minacciose, ma come esseri viventi che, esattamente come noi, cercano di sopravvivere nello stesso ambiente? Da qui può nascere un approccio più mutualistico al rapporto con la natura, in cui ogni specie è interconnessa alle altre e all’ecosistema di cui fa parte. Una visione che, in realtà, non è nuova, ma appartiene a molte culture umane, forse alla maggioranza.

“Non puoi passare un solo giorno senza avere un impatto sul mondo che ti circonda. Quello che fai fa la differenza, e sta a te decidere che tipo di differenza vuoi fare.” Cosi diceva Jane Goodall.
Un cambiamento di questo tipo non può basarsi su soluzioni semplici o unilaterali. Richiede invece una collaborazione informata tra scienza, società e politica, guidata da principi condivisi: non nuocere, comprendere i contesti e costruire strategie sostenibili sia per le persone sia per la fauna. In questa prospettiva diventa naturale accettare che il rischio non può essere eliminato, ma solo gestito. La coesistenza, infatti, non è un semplice compromesso tra interessi umani e animali (distinzione a scopo narrativo, perché non dovremmo dimenticare che noi siamo animali umani). È piuttosto il riconoscimento che viviamo all’interno di un paesaggio condiviso, abitato da molte altre forme di vita che lo percepiscono e lo utilizzano in modi diversi. Ciò che per noi è un edificio, per un uccello può diventare una parete su cui nidificare, sorta là dove un tempo esisteva un ambiente naturale. Il nostro rapporto con queste comunità selvatiche comporterà inevitabilmente tensioni e richiederà il mantenimento di una certa distanza reciproca, anche se condividiamo lo stesso spazio. Spesso riusciremo a convivere in equilibrio; altre volte il rapporto sarà più complesso. Forse questo cambio di prospettiva diventerebbe più accessibile se iniziassimo a considerarci tutti — umani e non umani — parte di un unico paesaggio, reso ricco proprio dalla presenza e dall’interazione di milioni di specie diverse.
La prima cosa che si impara osservando il mondo naturale è che non esiste superiorità, ma solo diversità nel mondo. È in questo spazio di comprensione che può nascere una motivazione autentica per apprezzare e conservare la natura che ci circonda. In fondo, sia che parliamo di animali o animali umani, stiamo parlando di una unica cosa, del nostro modo di relazionarci con l’altro e il diverso: della capacità di sviluppare empatia, di riconoscere ciò che è diverso da noi senza temerlo. Viviamo in un momento storico estremamente delicato, attraversato da paure e tensioni. Qualsiasi tendenza — culturale o politica — che vada nella direzione della chiusura, dell’intolleranza o di soluzioni violente difficilmente potrà condurci verso un futuro migliore e chi ne farà le spese sono la natura e i più deboli.
Torniamo al PALM. Oltre ad animali iconici come orsi, lupi e camosci ci sono progetti in corso sulla tutela di altre specie? Gli anfibi per esempio…

È vero, spesso l’attenzione si concentra sui grandi carnivori, perché sono certamente più visibili e “ingombranti”. Tuttavia, se intraprendiamo un viaggio nella biodiversità del Parco, ci rendiamo conto di quante creature esistano in modo quasi invisibile, ma non per questo meno importanti — e spesso anch’esse a rischio. Gli anfibi, ad esempio — come rospi, salamandre e tritoni — sono animali strettamente legati alla presenza di acqua per la loro riproduzione. Proprio per questo risultano particolarmente vulnerabili ai cambiamenti ambientali. Il Parco, da anni, porta avanti attività di ricerca e monitoraggio in collaborazione con diverse università su questi gruppi così delicati.
Tra le specie più a rischio vi è l’ululone appenninico, un piccolo rospo che deve il suo nome al caratteristico “canto” emesso dai maschi durante il corteggiamento. È una specie capace di riprodursi anche in piccole raccolte d’acqua, ma proprio questa caratteristica la rende esposta: queste pozze sono spesso effimere e la progressiva perdita di habitat acquatici non solo riduce le possibilità di riproduzione, ma porta anche all’isolamento genetico delle popolazioni, indebolendole nel tempo. Per affrontare questa situazione, nel Parco è stato avviato un progetto che mira a ripristinare piccoli ambienti acquatici, proteggere fontanili e sviluppare programmi di ripopolamento. La conservazione a lungo termine della specie richiede infatti sia il miglioramento degli habitat — anche in siti storicamente idonei ma oggi non più utilizzati — sia interventi di allevamento in cattività finalizzati alla reintroduzione. Queste azioni si inseriscono nel progetto di ricerca “Ululone Net: azioni di monitoraggio e gestione dell’ululone appenninico (ULUNET)”, un progetto che coinvolge, oltre al Parco, diverse Università e il Centro Nazionale della Biodiversità, coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Per finire farò una domanda lunga questa volta ma altrettanto difficile. Il nostro blog nasce 10 anni fa fondamentalmente per dare la possibilità agli appassionati di scambiarsi informazioni, itinerari, spunti, racconti; “viaggiatori per natura” è il nostro claim e siamo assolutamente certi che promuovere la bellezza di questa esperienza porti bene alla natura stessa. Il turismo è certamente uno dei motori fondamentali del sostentamento e della crescita dei Parchi naturali (direttamente e indirettamente). Ma ovviamente, ne siamo consapevoli, l’equilibrio tra benefici e danni è sottilissimo. Come gestire questo equilibrio? Quali soluzioni? Consigli e raccomandazioni a chi si addentra in natura. Consigli e raccomandazioni a noi che queste cose vorremmo raccontarle senza far danni…

La prima raccomandazione è semplice: comportarsi come vorremmo che gli altri si comportassero con noi. Può sembrare banale, ma è proprio questo il principio che può guidarci verso scelte più consapevoli, ogni giorno. Parliamo sempre di mettersi nei panni degli altri. Fare un passo indietro ha valore, anche nella fotografia e nel turismo naturalistico. Significa riconoscere che esiste un limite, non imposto soltanto da norme o regolamenti, ma dal rispetto verso le altre forme di vita.
È davvero necessario uscire dai sentieri? È indispensabile ottenere un primo piano a tutti i costi? Oppure possiamo emozionarci osservando le tracce del passaggio degli animali, senza inseguirli? È questo il messaggio che cerchiamo di trasmettere nel libro e nella sezione “Agisci” del sito : esistono piccole azioni quotidiane per imparare ad abitare la natura con maggiore consapevolezza, ovunque ci troviamo.
Abbiamo bisogno di dare un significato reale alla parola “coesistere”, senza ridurla a uno slogan. Ogni volta che entriamo in natura, è come se entrassimo nella casa di qualcun altro: non è uno spazio puramente ricreativo, ma un luogo di vita, abitato da esseri che hanno esigenze proprie, non così diverse dalle nostre. Condividiamo con loro bisogni fondamentali e, in un certo senso, conduciamo vite parallele. Anche qui è necessario un cambio di prospettiva: smettere di considerare il limite come una restrizione e iniziare a vederlo come un contributo alla conservazione della natura — qualcosa di molto più grande. Questo implica che le stesse attenzioni e regole che riconosciamo nelle aree protette dovrebbero guidare anche i nostri comportamenti al di fuori di esse. I parchi, infatti, hanno dimensioni spesso insufficienti per molte specie e non possono rappresentare confini rigidi: la natura non funziona così. “Non puoi passare un solo giorno senza avere un impatto sul mondo che ti circonda. Quello che fai fa la differenza, e sta a te decidere che tipo di differenza vuoi fare.” Cosi diceva Jane Goodall. E questo vale per molte cose dette anche precedentemente.
Una richiesta ai lettori?
Prendetevi il tempo di esplorare il nostro sito (www.orsoeformica.it). Non si può proteggere ciò che non si conosce, e non si conosce davvero ciò a cui non si dedica tempo.
Se ne avete voglia, leggete anche la nostra carta etica QUI: scaricatela, fatela vostra e condividetela. È un piccolo gesto, ma può diventare parte di qualcosa di molto più grande.
Delmiele Tasso
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