La strage silenziosa

Prosegue in modo apparentemente inarrestabile il drammatico calo degli uccelli selvatici che vivono e si riproducono in Italia, in particolare negli ambienti agricoli, come certificato anche dall’ultimo monitoraggio condotto dalla Lipu nell’ambito del progetto del Farmland Bird Index (l’indicatore che descrive l’andamento delle popolazioni degli uccelli delle aree agricole italiane). Notizie, ahinoi, purtroppo del tutto prevedibili, cui – nonostante qualche lodevole eccezione – non è stato dato il giusto risalto.
Secondo i dati 2025, delle 28 specie tipiche degli agroecositemi, monitorate per il calcolo dell’indicatore, il 71% presenta un declino significativo. Critica la situazione in particolare del torcicollo (Jynx torquilla), che nell’arco di soli 26 anni ha perso oltre tre quarti della sua popolazione (-76%), ma non da meno il caso del calandro (Anthus campestris) (-73%), del saltimpalo (Saxicola torquatus) (-71%), così come di altre specie tra cui l’allodola (Alauda arvensis), l’averla piccola (Lanius collurio), la passera mattugia (Passer montanus) e la passera d’Italia (Passer italiae). Uccelli che un tempo molti incontravano, conoscevano per frequentazione quotidiana, come i passeri, stanno sparendo.
L’analisi complessivamente conferma il declino più marcato degli uccelli selvatici nelle pianure (-50%), a dimostrazione di un ambiente che ha urgente necessità di diffuse azioni di ripristino ambientale, qualora si voglia davvero cercare di invertire questo trend devastante. I dati descrivono un ambiente agricolo dove le pressioni sia sulle specie più rare che su quelle un tempo comuni, così come la scomparsa degli elementi naturali come siepi e filari, e l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti non accennano a diminuire. Il passaggio ad un’agricoltura intensiva, con la conseguente distruzione di tutti gli elementi del paesaggio ritenuti economicamente non produttivi, comporta un progressivo impoverimento degli ecosistemi (e progressivamente ciò sta accadendo anche nelle zone collinari e pedemontane dove – come vedremo – negli ultimi anni gli indici risultano altrettanto preoccupanti). Insieme all’indice delle specie “agricole” (Fbi), infatti, la Lipu ha calcolato anche quello per le specie delle praterie montane (Fbipm). Non miglioriamo di molto: declino generalizzato, con punte negative per l’organetto (Acanthis flammea) (-69%), il beccafico (Sylvia borin) (-68%), e lo zigolo giallo (Emberiza citrinella) (-40%), il cui crollo è indissolubilmente legato all’abbandono colturale delle aree montane che porta alla scomparsa dei prati-pascoli contornati da cespugli radi, loro habitat di elezione.
I dati non possono essere ignorati, ma quello che manca è una volontà, in primis politica, di cambiare le cose, anteponendo la tutela degli ecosistemi a qualsivoglia logica economica.
Lipu ed altre associazioni promuovono giustamente la necessità di sostenere il nuovo “Regolamento europeo per il ripristino della natura”, i cui articoli 10 e 11 prevedono misure per migliorare la diversità degli impollinatori e la messa in campo di pratiche ‘agroecologiche’ per rafforzare la biodiversità degli ecosistemi agricoli ma a nostro avviso non basta. Serve un cambio più drastico e radicale, serve un cambio di paradigma economico: l’esasperato modello capitalistico che sta devastando i Paesi occidentali non è più – se mai lo è stato – sostenibile. IL passaggio da un modello di ricerca del profitto a qualunque costo deve essere sostituito da una decrescita – Serge Latouche ci perdonerà, più o meno felice a questo punto non importa. Quanto mancano oggi maestri come Mario Rigoni Stern che, forti dell’amore per gli equilibri naturali, avrebbero saputo trovare le coraggiose parole giuste.

Prof. Gip. Barbatus   

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