Mentre il fuoristrada procede faticosamente tra le steppe della Siberia più profonda, tra la bassa vegetazione e le ampie aree paludose causate dallo scioglimento degli ultimi strati di permafrost – la temperatura media si è alzata di diversi gradi negli ultimi decenni rendendo inaccessibili intere aeree – un passaggero, incredulo e frastornato, grida stropicciandosi gli occhi: “Ma è un mammut lanoso quello?”. Non un corpo riemerso dal permafrost, non un teschio dalle enormi zanne, un mammut vivo e vegeto! Fantascienza? Uno scenario incredibile? Sembrerebbe proprio di no – e lo ha recentemente confermato niente meno che Telmo Pievani, il più celebre biologo evoluzionista italiano. Nell’epoca della sesta estinzione di massa, c’è anche chi da anni lavora per una de-estinzione, ovvero riportare in vita alcune specie estinte attraverso un processo artificiale guidato dalle biotecnologie e dall’ingegneria genetica.
E protagonista più iconico per promuovere la de-estinzione difficilmente avrebbe potuto essere trovato: il mammut lanoso (Mammuthus primigenius Blumenbach), un elefante preistorico estintosi tra quattromila e cinquemila anni fa.

Lo scheletro del più grande mammut lanoso mai trovato (Museo di Siegsdorf, Germania)
Il mammut lanoso, grande poco meno degli odierni elefanti africani ma perfettamente adattato ai climi più rigidi, è balzato agli onori delle cronache non troppo tempo fa per merito di uno studio che rivedeva le cause della scomparsa dell’ultima popolazione conosciuta, quella dell’isola di Wrangler, circa 5000 anni fa (alle problematiche legate all’impoverimento genetico venivano preferite le ipotesi di un evento imprevedibile o della caccia intensiva su una popolazione numericamente limitata).
Ad avviare il processo per riportare in vita il mammut lanoso è stata la startup Colossal Bioscences, che dal 2021 lavora per mettere le tecnologie riproduttive al servizio della conservazione delle specie. Nata dalla sinergia tra il genetista George Church e l’investitore Ben Lamm, Colossal Biosciences studia ormai da anni come ricostruire il Dna di diverse specie animali estintesi nel corso dei secoli, con l’obiettivo di riportarle nei loro habitat naturale. Il mammut lanoso, oltre che da un punto di vista iconico e di marketing, potrebbe risultare decisivo per ripristinare gli equilibri delle steppe asiatiche (e nord-americane) ormai seriamente compromesse dal global warming.

Ricostruzione grafica di mammut in habitat
Il percorso “di risurrezione” rimane lungo e complesso – gli elefanti sono particolarmente complessi biologicamente – , ma poche settimane fa l’azienda ha comunicato un importante passo in avanti, considerato il primo da cui far partire le successive sperimentazioni: gli scienziati dell’azienda texana (quartiere generale a Dallas) sono riusciti a riprogrammare le cellule di elefante asiatico (il più vicino geneticamente al mammut lanoso) per riportarle in uno stato simile a quello embrionale, in grado di dare origine a qualsiasi altro tipo di cellula. Dunque anche i gameti, su cui lavorare per ricreare le caratteristiche biologiche dei mammut (a partire dalla crescita dei peli lanosi e dall’accumulo sottocutaneo di grasso, per proteggersi dal freddo) e avviare eventualmente la riproduzione. Il risultato raggiunto – attraverso l’esposizione delle cellule di elefante a una serie di sostanze chimiche diverse, aggiungendo poi fattori di trascrizione per attivare particolari geni in grado di modificare il funzionamento delle cellule – apre la strada alla creazione di sperma e ovuli di elefante in laboratorio e alla possibilità di testare le modifiche genetiche senza dover prelevare frequentemente campioni di tessuto da elefanti vivi.

Il possente scheletro di un mammut conservato al Museo di Leiden, in Olanda
Altro recente risultato significativo è stata la modifica effettuata con successo del DNA di un piccolo roditore in modo da dotarlo di alcune caratteristiche simili a quelle del mammut – ebbene sì, è stato creato il topo lanoso… – come una pelliccia folta e il modo in cui l’organismo immagazzina e brucia i grassi.
Siamo sulla strada giusta? Davvero a breve branchi di mammut lanosi solcheranno le steppe siberiane? Difficile dirlo ma certamente l’operazione porta con sé molti dubbi anche di natura etica.
Nella comunità scientifica c’è chi guarda con scetticismo alla de-estinzione poiché considera altamente improbabile poter riportare in vita specie animali estinte a causa dell’attività umana in un contesto fortemente antropizzato come quello attuale (senza parlare dell’ecologia delle specie vegetali presenti, cruciali per la dieta di un mega-erbivoro quale era il mammut). Inoltre, ad ora sono difficilmente prevedibili i possibili conflitti con le specie attuali, oltre al rischio che il convogliare risorse economiche e umane su queste ricerche riduca i fondi disponibili per proteggere le specie a rischio, con l’eventualità che, oltre a non poter riportare in vita animali estinti, si acceleri la perdita di altri attualmente presenti in poche decine o centinaia di esemplari.
Eppure… quanto sarebbe bello ammirare nuovamente un mammut lanoso in natura, fotografare un tilacino, inseguire un moa gigante….
Prof. Gip. Barbatus
