È il 1660 quando una giovane ragazza tredicenne decide di dedicare tutto il suo tempo libero all’osservazione degli insetti, un passatempo che in verità sua madre guarda con una certa preoccupazione. La ragazza in questione si chiama Maria Sibylla Merian e, sebbene ancora poco conosciuta nei libri di entomologia, da alcuni anni alcune ricerche hanno cominciato ad attribuirle il primato dell’approccio ecologico allo studio della natura. Vediamo di conoscere un po’ la sua storia.
Maria Sibylla nasce a Francoforte nel 1647 dal secondo matrimonio dell’incisore e editore Matthaus Merian con Johanna Heim ed è la più giovane di tre fratelli e tre sorelle. Già da piccolissima vive quindi tra libri e collezioni artistiche di cui può respirare l’odore e riempirsi gli occhi.
Nell’Europa del Seicento, Francoforte è la capitale dell’editoria e il centro nevralgico del commercio, soprattutto della seta. La città, appena uscita dalle devastazioni della guerra dei Trent’anni, vive un periodo di grande fermento culturale e scientifico, animata da scambi intensi con il resto del mondo e da un entusiasmo crescente per la conoscenza. È in questo contesto che cresce Maria Sibylla Merian.

All’età di tre anni il padre muore e l’anno seguente la madre si risposa con il pittore e commerciante d’arte Jacob Marrel, specializzato in incisioni e dipinti floreali.
Questa è una fortuna per Maria Sibylla, infatti accanto ai fiori nei dipinti era usanza disegnare farfalle, scarabei, bruchi e mosche e così la ragazzina viene mandata alla ricerca di insetti da utilizzare come modelli: un’occasione straordinaria per portare avanti un’occupazione considerata disdicevole in un contesto culturale che considerava gli insetti creature diaboliche.
Grazie all’ambiente familiare e artistico (il padre incisore prima, il patrigno pittore e i fratellastri apprendisti), acquisisce rapidamente competenze grafiche e presto emerge in lei uno straordinario talento come disegnatrice che utilizza per documentare con precisione le trasformazioni di bruchi e farfalle, che osserva e alleva, nelle sue stampe.
Questa capacità di unire arte e scienza la porta a creare una metodologia del tutto originale per l’epoca, ovvero legare l’osservazione diretta con la rappresentazione grafica minuziosa. Per Merian, disegnare significava conoscere e conoscere significava poter restituire la verità della natura con rigore e bellezza.

A tredici anni, spinta dal desiderio di osservare la natura da vicino, si procura alcuni bachi da seta che lei considera “il più nobile fra tutti i vermi e i bruchi” e raccoglie foglie di gelso per allevarli. Così assiste alla metamorfosi del bruco in farfalla e presto amplia i suoi esperimenti con altre specie, scoprendo esemplari ben più variopinti della farfalla bianca del Bombyx mori.
Se pensiamo che la teoria che andava per la maggiore al tempo era quella di Aristotele della “generazione spontanea” per cui si credeva che mosche, ragni, falene, farfalle e persino piccoli anfibi si generassero dal fango e dal marciume, capiamo quanto le osservazioni di Maria Sybilla fossero rivoluzionarie, infatti la portano a formulare la teoria che i bruchi nascano dalle uova deposte dalle farfalle e che queste emergano dalle crisalidi. In un’epoca in cui la Chiesa cattolica suggeriva esorcismi contro le infestazioni e molti credevano che le farfalle fossero streghe travestite, la curiosità di Sibylla appare quindi quasi sovversiva.
Negli anni Merian ha modo di affinare il suo metodo di osservazione e documentazione degli insetti, come evidente dal suo De Europische insecten: “Questo tulipano, chiamato anche Marbre Jaspis, è il nutrimento del bruco che vi si posa fino alla fine di maggio. A quel punto si trasforma in crisalide marrone; dopo quindici giorni ne emerge una falena: le ali superiori sono rossastre, quelle inferiori e il corpo sono grigiastri. Alla base del fusto si trova un verme che si nutre dei piccoli animaletti chiamati afidi. Alla fine di maggio si trasforma in una vescica, e dopo quattordici giorni ne esce una mosca gialla e nera a strisce, con occhi rossi”.

Nel 1665 Maria Sybilla sposa Andreas Graff, ex apprendista del patrigno, nel 1668 nasce la prima figlia Johanna e nel 1670 si trasferisce da Francoforte a Norimberga, ma i suoi studi non diminuiscono, anzi, nel 1675 proprio nella nuova città ha la possibilità di pubblicare la prima parte del suo “Libro dei fiori”, edito dal marito, con incisioni tratte dai suoi acquerelli (il libro in realtà è più che altro un campionario pensato per le ricamatrici, a cui seguiranno altre due parti, nel 1677 e nel 1680).
Nel 1678 nasce la secondogenita Dorothea Maria e solo nel 1679 esce la prima parte del suo Der Raupen wunderbare Verwandelung und sonderbare Blumennahrung (noto più facilmente come “Il libro dei bruchi”) scritto in tedesco, dedicato ai bruchi e alle loro piante ospiti, di cui nel 1683 verrà pubblicata la seconda parte. In queste tavole ogni fase della metamorfosi è documentata con precisione, rendendo l’opera un contributo fondamentale all’entomologia moderna.
La vita di Maria Sybilla, però, non è semplice, tra lavoro incessante e rapporti sempre più complicati con il marito: oltre alle difficoltà economiche, pesano le differenze religiose, lui luterano e lei calvinista. Alla morte del patrigno, Sibylla non può gestire l’eredità se non attraverso il marito e la famiglia torna a Francoforte. Poco dopo, però, sceglie di trasferirsi con le figlie nella comunità dei labadisti di Wieuwerd, in Frisia, dove vive già il fratellastro Caspar. Il marito le accompagna, ma se ne va subito, mentre Maria Sibylla rimarrà lì fino all’estate del 1691. Il marito tenta un ultimo riavvicinamento, ma non viene accolto. Nel 1692, la città di Norimberga concede il divorzio con la motivazione ufficiale: “Moglie scappata dai labadisti”. Intanto, la comunità stessa comincia a dissolversi dopo la morte del suo benefattore, Sommeldijk, governatore del Suriname, che aveva messo a disposizione il castello di Walta e Maria Sibylla decide di trasferirsi ad Amsterdam con le figlie per un nuovo inizio. La città è un centro vivacissimo di cultura, scienza e commercio, un ambiente ideale per gli studi. Come autrice de “Il libro dei bruchi”, Maria Sibylla ottiene facilmente accesso alle collezioni di insetti e farfalle, alle serre e ai giardini dell’alta società. Ogni giorno, dalle navi delle Compagnie delle Indie arrivano piante, spezie, colori e creature esotiche: un flusso continuo di meraviglie naturali che alimenta la sua curiosità e prepara il terreno per le sue future scoperte.

Madre e figlie si mantengono con la produzione di disegni di fiori e insetti, europei ed esotici, molto apprezzati da ricercatori e collezionisti. Avviano anche un commercio di colori, animali provenienti dalle Indie occidentali e farfalle conservate: proprio attraverso questi scambi Johanna conoscerà il futuro marito, impegnato in affari con il Suriname.
Maria Sibylla sogna un viaggio in quella terra lontana di cui legge testi e lettere di viaggiatori. Sa che sarà un’impresa faticosa e costosa: un lunghissimo viaggio via mare e pochi finanziamenti. Nonostante sia giudicata “troppo vecchia”, ha appena cinquantadue anni, nel 1699 parte con la figlia Dorothea, ormai ventunenne.
Il viaggio di Maria Sibylla Merian in Suriname rappresenta un’impresa straordinaria, non solo per il coraggio che ha richiesto, ma anche per il suo valore scientifico. Secondo la scrittrice Kim Todd, può essere considerata la prima spedizione europea condotta con l’unico scopo di studiare la natura, senza legami con attività militari, mediche o piratesche. Prima di lei, chi si era avventurato in terre lontane per osservare il mondo naturale lo aveva fatto come parte di altri incarichi.
Merian, invece, affronta due mesi di navigazione e sbarca sana e salva sulle coste del Sud America e ad accoglierla trova una biodiversità travolgente. Senza saperlo, era approdata in uno dei luoghi più ricchi di insetti al mondo: ancora oggi le spedizioni nella foresta amazzonica del Suriname riportano dozzine di nuove specie e le stime parlano di milioni di esemplari.
A Paramaribo, Merian si trova immersa in un’esplosione di colori e suoni. Non ha portato con sé materiale da disegno, ma comincia subito a osservare e raccogliere insetti ovunque: nei giardini, tra le crepe dei muri, nei vasi, persino nella sua camera da letto. Bozzoli, formiche, larve di coleottero: ogni angolo è popolato da creature che lei studia e illustra con attenzione.

Nel cuore del Suriname il brulicare incessante della vita tropicale, che per molti europei sarebbe stato fonte di smarrimento, per Merian è un dono. Tuttavia, ben presto si rende conto che il suo metodo di studio, affinato in Europa, non funziona in quel contesto. L’abbondanza di specie, infatti, è tale da rendere quasi impossibile seguire il ciclo completo di un insetto. Inoltre, il ritmo naturale dell’Amazzonia, una primavera perenne, calda e umida, stravolge i riferimenti stagionali su cui Merian ha basato le sue ricerche. Isolata, senza una comunità scientifica con cui confrontarsi, si trova a dover reinventare il proprio approccio.
È allora che, in modo inaspettato, trova aiuto nelle donne indigene ridotte in schiavitù per servire i coloni olandesi, che le spiegano dove procurarsi gli insetti da allevare, di cosa nutrirli e in cosa si trasformano nel corso del loro ciclo vitale. Madre e figlia raccolgono, classificano e disegnano. Le loro osservazioni non sono sempre inoppugnabili, ma per l’epoca rappresentano un contributo prezioso e innovativo.
Dopo due anni, Maria Sibylla deve arrendersi al clima e alla malattia –malaria o febbre gialla – e alle difficoltà crescenti. Decide di tornare ad Amsterdam con Dorothea e un’assistente indigena. Porta con sé barattoli di bruchi vivi, uova, serpenti e altri animali sotto spirito, bulbi di fiori, disegni e diari. Al suo arrivo nell’estate del 1701 la città le dedica una mostra in quanto la sua fama l’ha preceduta.
Gli ultimi anni sono segnati dalla stesura e pubblicazione della sua opera più celebre: Metamorphosis Insectorum Surinamensium (1705), un’opera che unisce rigore scientifico e bellezza artistica, con sessanta grandi tavole, incise da lei e da incisori olandesi, di farfalle, ragni, serpenti e iguane accostati alle piante tropicali. Il testo è bilingue, in latino e olandese, per raggiungere un pubblico internazionale. L’edizione inglese non si realizza, ma il libro suscita ammirazione ovunque: è considerato una delle opere più belle e scientificamente rigorose del suo tempo. In questo libro si trova anche la denuncia della sofferenza delle donne indigene, rese schiave, che tanto l’avevano aiutata.
La fama però non basta e Maria Sibylla muore ad Amsterdam nel 1717, in ristrettezze economiche, ma circondata dall’ammirazione di studiosi e collezionisti. Il suo approccio diretto, immersivo e appassionato l’ha resa una pioniera dell’entomologia sul campo, in un’epoca in cui le donne raramente avevano accesso alla scienza.
Nonostante un iniziale successo (Linneo in prima persona l’ha spesso citata) la sua eco si esaurisce velocemente e già nell’Ottocento finisce nel dimenticatoio, ma per fortuna negli ultimi anni – oltre a numerose piante, farfalle, bruchi, ragni che portano il suo nome – la sua figura sta acquistando la giusta notorietà e oggi le sue opere e i disegni sono conservati nelle grandi biblioteche e musei europei a San Pietroburgo e negli Stati Uniti.
BIBLIOGRAFIA
Storia tratta da “PRIME Dieci scienziate per l’ambiente, a cura di Mirella Orsi e Sergio Ferraris, Codice edizioni, Torino, 2023
Testo di Silvia Gambarini
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