Diari – Wild Sardegna: l’astore sardo, il diavolo della foresta

Tutto ebbe inizio con il ritrovamento di una spiumata. Il sacrificio mortale di un colombaccio, un lauto pasto meticolosamente consumato sopra un grosso tronco di pino nero spezzato dal maestrale, nel cuore di una remota fustaia. Era l’indizio che cercavo inesorabilmente da mesi, scandagliando a rastrello ogni angolo di quella foresta ombrosa, vasta e selvaggia della Sardegna meridionale.

I resti di un colombaccio, con la tipica spiumata effettuata da un rapace (la lunga penna ne rivela l’identità)

Quel luogo fiabesco si era confermato il teatro di caccia della mia ossessione più grande: l’astore sardo (Accipiter gentilis arrigonii). Sottospecie endemica, che differisce da quella nominale soprattutto per le dimensioni, leggermente inferiori, e per il piumaggio nettamente più scuro, questo rapace predilige i boschi ad alto fusto di conifere e latifoglie. Abilissimo cacciatore plasmato per il volo serpeggiante tra i fusti della foresta, la sua dieta è costituita principalmente da uccelli di media taglia come colombacci, ghiandaie, merli e corvidi, ma può catturare anche giovani conigli e lepri, pratica ben nota ai sardi di campagna che chiamano in dialetto il rapace: “s’astore leporarju”.

Una pineta vetusta, habitat ideale dell’astore sardo

Da oltre dieci anni, dedico tutto il mio tempo allo studio e all’approfondimento dell’etologia della fauna più elusiva della mia terra. L’astore, come pochi altri, si è rivelato il progetto fotografico più impegnativo ed estenuante. Sono stati quattro lunghi anni, fatti di immersioni in solitudine nei boschi più vetusti dell’isola, con il binocolo incollato agli occhi e con tutti i sensi tesi al limite per cercare di percepire ogni minimo e prezioso indizio della sua presenza. Sono stati anche anni di amare delusioni, sconforti e scoraggiamenti. Poi, quando tutto sembrava andare per il peggio, è accaduto il miracolo.

Dal diario di campo, febbraio 2022.

Prime luci dell’alba, c’è un silenzio emozionante, l’aria è pungente e, per una serie di meravigliose coincidenze di luce, nuvole e foschia la foresta sembra avvolta da un incantesimo surreale. L’astore, un esemplare maschio, appare improvvisamente dal folto delle chiome scure e appuntite.  Leggiadro si porta in alto di quota con precisi cerchi concentrici, lo seguo estasiato stringendo in maniera tremolante i binocoli, assaporando il sapore inedito della recente scoperta. Sale sempre più in alto, sino a stagliare contro il cielo la regale sagoma.

Un adulto di astore sardo

Il sottocoda bianco, candido e vaporoso racconta di una storia d’amore appena rinnovata. Il volo ora diventa ipnotico e meravigliosamente coreografico, scende in tutt’ uno con il vento, giocando tra le la foschia e mordendo le nubi, poi d’improvviso risale di quota ed esegue delle vertiginose cabrate, leggiadro e sublime. È il chiaro segnale che laggiù, celata tra le fitte fronde dei pini c’è una femmina che osserva tutto e adora farsi corteggiare in quel modo. Il fortuito incontro è stato subito stimolo di ricerca e approfondimento in tutti i giorni a seguire.

Un vecchio ma ben saldo nido di sparviere verrà ingrandito e stabilizzato dalla coppia, giorno dopo giorno, con fuscelli e rami di medie dimensioni e infine ornato di sottili frasche verdi, rendendo la piattaforma più confortevole e soprattutto più mimetica. Nel giro di due mesi, le dimensioni del nido erano state pressoché raddoppiate.

Un giovane astore sul suo posatoio

Per ferrea e convinta etica professionale, ho deciso di non effettuare nessuna ripresa nei pressi del nido, lasciando alla coppia l’importante intimità per portare avanti la delicatissima fase della cova, della schiusa e dell’allevamento dei giovani. Così mi sono limitato a posizionare diverse fototrappole nelle rare e preziose pozze d’acqua e sui possibili “tronchi dello scambio”: semplici tronchi che, per speciale ubicazione e accesso, vengono scelti dal maschio per portare le prede appena catturate alla femmina, facilmente riconoscibili per l’enorme quantità di spiumate nei dintorni. Le fototrappole, instancabili compagne di avventura, durante la stagione riproduttiva mi hanno aiutato a raccogliere una mole infinita di dati, orari e abitudini, catalogando in maniera meticolosa una quantità di informazioni inedite, che mai avevo trovato neanche sui libri di testo. Sono emersi così filmati incredibili, come le interazioni territoriali con altri rapaci, gli accoppiamenti, anche ben oltre il periodo della cova, l’indifferenza totale al passaggio anche ravvicinato del bestiame e persino l’attività di caccia notturna, durante una notte di luna piena.

Solo a tarda estate, quando ormai era imminente l’involo dei giovani, ho iniziato a frequentare assiduamente il piccolo ed angusto capanno fotografico che avevo costruito durante l’inverno e che ormai si era perfettamente integrato con la vegetazione del posto, entrando durante la notte e uscendo nella penombra crepuscolare dopo il tramonto.

Sono stato subito accettato dalla coppia, in particolare dal maschio che, per niente sospettoso o intimorito, spesso e volentieri sostava per lunghi momenti a pochi metri dal teleobiettivo, oziando beatamente o dedicandosi alla minuziosa pulizia del piumaggio incurante della mia invisibile presenza. Ho scattato immagini su immagini, riempiendo intere pagine di quaderni di campo e annotando ogni cosa.

Un astore maschio intento alle pulizie delle penne

I giovani, un maschio e una femmina, non hanno tardato ad arrivare. Come diavoli della foresta seminano il panico dall’alba al tramonto, scorrazzando e fluttuando di albero in albero come saette impazzite. Pirati instancabili, osservano ogni cosa e vedono tutto: il merlo spaventato che si fionda tra i rovi, la volpe che fiuta l’aria furtiva, l’ombra fugace di uno dei genitori che stringe un fardello di ghiandaia tra gli artigli. È solo allora che si scatena il vero putiferio, irosi e affamati, partono alla carica, come due meteore scagliate nella vastità infinita dell’universo, gareggiano tra di loro, tenendosi d’occhio a vicenda, evitando all’ultimo istante tronchi e fronde.

Il maschio adulto di astore ha appena catturato una preda e l’ha portata sul tronco dello scambio, dopo aver richiamato la femmina

Il maschio, più piccolo e più agile, ha la meglio, e riesce a ghermire per primo il fardello dalle piume arcobaleno, ma la femmina, più aggressiva e possente, rivendica subito il suo pasto spalancando le ali, assumendo le sembianze di un drago indomabile e apparendo ancora più grande. È subito guerra: zuffe, artigliate e colpi d’ala accompagnate da grida sataniche; all’improvviso il maschio, più scaltro, riesce a riconquistare il suo pasto e, in meno di un secondo, vola via, sparendo per il resto della giornata, tra le scure chiome della vetusta foresta di pini neri.

Disputa per una preda tra giovani astori

È buio pesto quando esco dal capanno, lego il treppiede allo zaino, accendo la torcia e, rigenerato, percorro a ritroso e in religioso silenzio il sentiero del ritorno. La magia della natura si è rinnovata ancora una volta.

Marco Corda 

È nato a Cagliari nel 1995, fotografo naturalista, lavora nel Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione Sardegna. Sin da piccolo nutre una passione viscerale per la sua Sardegna e i suoi segreti. Autore e coautore di mostre fotografiche, articoli scientifici e divulgativi per riviste a carattere nazionale e internazionale, da oltre dieci anni, con binocolo, quaderno di campo e macchina fotografica gira per l’isola in lungo e in largo alla ricerca della fauna più elusiva. Socio AFNI, collabora con associazioni ambientaliste, partecipa a censimenti e studi faunistici (aquila reale, avvoltoio grifone, falco pescatore, gallina prataiola e cervo sardo) e porta avanti progetti di educazione ambientale nelle scuole. Attualmente sta portando avanti un progetto fotografico sugli animali più minacciati dell’isola.

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