In cerca di pernici e coturnici tra le guglie delle Dolomiti del Brenta: trekking lungo l’anello Andalo-Rifugio Graffer-Rifugio Tosa-Pedrotti-Andalo

Si apre uno spiraglio, la possibilità di un lungo weekend di trekking, forse riusciremo a lasciarci per 3 giorni tutto alle spalle. Nonostante continui a piovere (e in montagna a nevicare), nonostante il meteo non lasci molto speranze, non ci scoraggiamo e valutiamo alcune proposte. Cerchiamo un trekking ad anello, ad una quota non troppo elevata causa neve e che sappia emozionare. Continuiamo a coltivare il sogno del sentiero del Bove, avvertiamo il suo richiamo… gli spartani bivacchi della Val Grande, i passaggi attrezzati, la wilderness vera… ma anche questa volta la nostra scelta cade altrove. Ci imbattiamo on-line in un trekking nelle dolomiti del Brenta che promette molto e assicura anche la comodità delle notti in rifugio, con cena e colazione, non poco se paragonato all’alternativa – enormemente affascinante ma terribilmente faticosa – dell’autosufficienza completa sui sentieri del Bove. Andalo non è troppo distante, i paesaggi dolomitici sono straordinari, gli animal target – oltre all’orso bruno (Ursus arctos arctos) su cui non possiamo fare troppo realisticamente affidamento, pur essendo stimata la popolazione trentina attorno alla cinquantina di esemplari – saranno la pernice bianca (Lagopus muta), la regina delle pietraie in quota, la coturnice (Alectoris graeca) e l’avifauna montana in generale. Speriamo non manchino poi incontri con camosci e stambecchi… vedremo.

L’anello Andalo-Rifugio Graffer-Rifugio Tosa-Pedrotti-Andalo complessivamente conta oltre 40 km di estensione, 2500 metri di dislivello in salita e ovviamente altrettanti in discesa, insomma non sarà così easy.

Arrivati con facilità ad Andalo, scegliamo – dopo un giro esplorativo – di parcheggiare presso i parcheggi blu del centro sportivo (a pagamento, 8 euro al giorno, quasi impossibile trovare parcheggi liberi in una cittadina esasperatamente turistica come Andalo, tra parchi giochi, spazi per bambini, ristoranti e pizzerie).

Siamo in linea d’aria a un centinaio di metri dal sentiero della Malga Pegorar, il sentiero 301, solo più in basso. Tra noi e il sentiero… dei prati da fieno in taglio. Che fare? Non è presto, nonostante la levataccia. Scegliamo di attraversare il prato lungo il bordo. Zaini in spalla e si va. Subito un bello strappo in salita… ed eccoci sul sentiero. Finalmente si parte.

Sentiero fresco, nella vegetazione, molto ben segnalato, naturalmente in salita. Procediamo in direzione della Malga Spora. Molti i cartelli che segnalano la presenza di orsi, ci guardiamo attorno ma non vediamo nulla, tranne qualche fatta e qualche traccia che con molta fantasia potrebbe appartenere a carnivori. Nonostante la mole, gli orsi bruni sono generalmente molto schivi e gli incontri con loro spesso sono fortuiti in natura, circostanza che indubbiamente giova ad entrambe le specie.

Nel cuore delle dolomiti del Brenta

Mentre saliamo, a poche centinaia di metri da Malga Spora (1851 mslm), finalmente qualcosa si muove: tra alcuni probabili turdidi troppo lontani per una identificazione, ecco apparire una coppia di picchi cenerini (Picus canus) tra le conifere. Sono comunque lontani ma i colori e il volo sono inconfondibili. Finalmente un primo avvistamento interessante! Il paesaggio non è ancora dolomitico, ci troviamo in una piana a settentrione del gruppo Altissimo Gallino e a sud della Crosara del Fibion, a metà strada circa dalla nostra meta di giornata, il Rifugio Graffer. Arrivati alla Malga Spora, osserviamo alcune marmotte giocare nel pianoro antistante e ci concediamo una sosta. Nei prati un bell’esemplare adulto di merlo dal collare (Turdus torquatus) con un evidentissimo collare bianco sull’abito nero si concede coraggiosamente. Sopra le nostre teste un rapace di medie dimensioni volteggia e si posa sulla sommità di un larice non vicino (pensiamo a un biancone per il colore e la testa massiccia (Circaetus gallicus) ma resta una semplice ipotesi.

Una isolata formazione dolomitica sul sentiero

Ripartiamo, strappetto in salita ripido e poi si continua a salire verso il Passo della Gaiarda (2242 mslm), costeggiando finalmente delle belle pareti dolomitiche. Camminando tra i ghiaioni, in uno scenario sempre più affascinante si attraversa lo scenografico Campo Flavona e poi strappo per il Passo Grostè (2442 mslm). Lungo la discesa degli impianti sciistici – dove molto confidente (Montifringilla nivalis) ci si avvicina un fringuello alpino – arriviamo al Rifugio Grostè-Graffer (2261 mslm) dove trascorreremo la notte (ci abbiamo messo 6 ore e 50 circa, con un’oretta di pause varie).

Il Rifugio Grostè-Graffer

Il rifugio, con pochi ospiti perché è venerdì, è molto vivibile e la prima birra Frost ghiacciata spazza via la stanchezza. Il paesaggio dal rifugio merita e già pregustiamo gli scenari del giorno dopo.

Ci svegliamo con tranquillità verso le 6.30 (la vita in rifugio inizia alle prime luci e termina col buio), colazione, zaino in spalle e risaliamo lungo il sentiero 331 che ci riporta al Grostè e di lì seguiamo il 316 in direzione del Rifugio Tuckett-Sella. A sole poche centinaia di metri dal Rifugio Graffer, mentre ancora fatichiamo a prendere le misure alla giornata di trekking, una splendida pernice (Lagopus muta) in livrea ancora bianca si alza in volo e ci attraversa il sentiero. Eccolo uno dei nostri animal target! Splendida e inconfondibile nella sua eleganza, questo incredibile uccello deve il suo nome scientifico al greco lagos, lepre, e pus, piede, con riferimento alle zampe piumate, mutus si riferisce al canto del maschio, simile a un gracidio. La giornata non potrebbe iniziare meglio! E i paesaggi sono oggi assolutamente spettacolari!

Qualche nevaio, non particolarmente esteso, qualche passaggio su roccia, il tutto in uno scenario dolomitico eccezionale.

Uno dei passaggi sui nevai ancora presenti lungo il sentiero

Si arriva in un paio d’ore scarse in vista del canale innevato della Bocca del Tuckett che divide la Cima Brenta dalla Cima Sella. In stagione più avanzata è una interessante variante per arrivare al Rifugio Tosa-Pedrotti, nostra meta finale, ma a giugno alcuni traversi ancora pesantemente innevati sono pericolosi. Una volta arrivati, tra voli di gracchi alpini (Pyrrhocorax graculus), in vista del Rifugio Tuckett-Sella, ci fermiamo qualche minuto sotto una ripida parete su cui arrampicano diversi climbers, passiamo dalla vicina cappelletta e quindi ci concediamo una pausa al rifugio.

La cappelletta antistante il Rifugio Tuckett-Sella

Il Rifugio Tuckett-Sella, recentemente rinnovato, è estremamente curato, unisce una mantenuta struttura tradizionale ad una grande accoglienza. I ragazzi ci sconsigliano ancora una volta la Bocca del Tuckett, che noi non avevamo comuque contemplato, e ci invitano a proseguire invece verso il Rifugio Brentei.

Così facciamo, e in circa 1 ora e 50 arriviamo al Rifugio Maria e Alberto ai Brentei. Anche questo recentemente rinnovato, mostra una moderna veranda in vetro, di gusto poco tradizionale. Mentre ci godiamo una pausa, atterra proprio nei prati antistanti un parapendio: è uno dei folli partecipanti alla Red Bull X Alps, una incredibile competizione che unisce corsa e parapendio!

Non ci lasciamo impressionare e ripartiamo. Dal Rifugio Brentei è possibile raggiungere anche il Rifugio Alimonta, allungando non di molto l’itinerario, un’oretta ad andare e poco meno a tornare, lungo il sentiero 323, soluzione consigliata per chi ha buona gamba, tra noi uno solo ha osato (un plauso al coraggio).

Un affascinante passaggio esposto

Inizia qui il tratto più spettacolare dell’anello, tra impressionanti scenari dolomitici, ghiaioni, roccette, guglie, aride pietraie che ricordano Mordor, passaggi esposti con catene (non però particolarmente difficili né pericolosi).

Lo spettacolare sentiero tra i ghiaioni che porta alla Bocca di Brenta

Proprio lungo un’infinita pietraia, improvvisamente, in un gran frullio di ali e richiami, spiccano il volo quattro o cinque coturnici che volano rumorose e vocianti sulle nostre teste per qualche decina di secondi prima di allontanarsi. Pur nella sorpresa, cogliamo con grande soddisfazione subito il colore rossiccio delle schiene in volo. Niente è paragonabile al piacere di osservare la fauna nel suo habitat, senza capanni, esche, richiami o altro.

Procediamo a bocca aperta verso la Bocca di Brenta, attraversiamo alcuni nevai e ci prepariamo ad affrontare quello più impegnativo, con lo strappo che ci porterà oltre la Bocca in vista del Rifugio Tosa-Pedrotti.

L’impegnativo tratto di salita finale che porta alla Bocca di Brenta, ancora ben innevato

La salita è molto ripida, si affonda nella neve di un mezzo metro circa, si fa tanta fatica. Decidiamo di procedere dritti attraverso il nevaio, evitando le friabili roccette e anche il sentiero attrezzato con catene. La scelta paga e, nonostante tutto, saliamo bene. Arriviamo così alla Bocca, da dove uno stretto sentiero porta in 15 minuti al rifugio… uno spettacolo.

Il breve e scosceso sentiero che porta dalla Bocca di Brenta al Rifugio Tosa-Pedrotti, ben visibile in posizione dominante

Un’altra birra tra i voli dei soliti gracchi alpini che si affollano in prossimità dei rifugi sancisce la fine del secondo giorno di trekking. Abbiamo percorso circa 13 km in 5 ore (senza considerare la deviazione facoltativa per l’Alimonta), con un’oretta di pause, 650 m circa di dislivello in salita e poco meno in discesa.

L’edificio principale, il Pedrotti dove alloggiamo, è posto più in alto, poco più in basso il Tosa, che offre altre stanze per l’alta e altissima stagione. Lo scenario che si gode è impagabile, dominato dalla Cima Brenta Bassa. Bellissimo il tramonto, con la luce che colora le varie cime e i campanili.

Il rifugio ancora una volta è molto accogliente (più gente questa volta, visto che è sabato) e offre anche per la domenica un servizio di barbiere, con primo taglio all’alba! È il barbiere della Alpi, Maicol, un simpaticissimo personaggio locale che ci enumera le migliaia di tagli fatti in tutte le condizioni atmosferiche possibili.

La splendida vista che si gode all’alba dal Rifugio Tosa-Pedrotti

Ci godiamo l’alba dopo una notte tranquilla e con calma ci prepariamo alla discesa, per tornare ad Andalo e chiudere l’anello. Scenderemo per il sentiero 319, gradualmente ricompariranno gli alberi e la vegetazione, raggiungeremo il Rifugio della Selvata (1657 mslm) – poco prima incontreremo alcune bellissime scarpette di Venere (Cypripedium calceolus) – e poi il Rifugio Croz dell’Altissimo. Ormai siamo in basso – circa 12 km la discesa, 4 ore abbondanti – e un piacevole sentiero che procede verso Molveno e quindi Andalo ci riaccompagna alla macchina dove finalmente togliamo gli scarponcini.

Testo di Prof. Gip. Barbatus

Foto di Guglielmo Fachini, Luca Iacovissi, Davide Pisciotta, Giacomo Ponti, Ivan Vania

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